Politica

Dopo il sondaggio

Il maxisondaggio, a spese pubbliche, è finito. I risultati, al netto del chiacchiericcio politicante e con l’avvertenza che parliamo di percentuali, perché i votanti (quindi i voti) sono diminuiti, devono essere letti su due livelli. Il primo: la maggioranza ha confermato il risultato delle politiche, che la portò al governo, mentre la coalizione d’opposizione perde terreno. Il secondo: in tutte e due le coalizioni il partito maggiore perde voti a favore dell’alleato, numericamente minore.
Il risultato dell’Udc, che guadagna meno di un punto, è troppo smilzo per sostenere che il bipolarismo sia stato minato. Posto, naturalmente, il sistema elettorale con il premio di maggioranza. Ed è qui che ora giungono i problemi, perché fra due settimane si va al referendum ed i cambiamenti possono essere politici, oppure portati da quel risultato. Seguitemi: la maggioranza di governo non ha alcuna intenzione o possibilità di spaccarsi, perché cadrebbe l’esecutivo, quindi l’alleanza con la Lega sarà consolidata, il che comporterà maggior peso, centrale e periferico, per il partito di Bossi. Al contrario, invece, l’opposizione potrebbe benissimo decomporsi, perché avrebbe a disposizione molto tempo per preparare un prodotto nuovo. In altre parole: l’alleanza di governo è oggi obbligata, mentre quella d’opposizione è inutilmente voluttuaria. L’inciampo sta nel referendum.
Quanti sollecitano il voto sono favorevoli ad un premio di maggioranza che non vada alla coalizione, ma al singolo partito di maggioranza relativa. In quel caso il Pd si affrancherebbe da Di Pietro ed i risultati delle europee indicano che il Pdl potrebbe ben governare da solo. Ma a patto di votare subito, altrimenti prevarrebbe l’immobilismo rissoso. Nei prossimi giorni vedremo da che parte sta ciascuno, posto che molti tenderanno a rimpiattarsi dietro un’improbabile e bislacca “libertà di coscienza”.
Dato per certo che i Sì prevarranno, il raggiungimento del quorum non potrà non avere conseguenze e magari si passerà al trucco delle coalizioni che diventano partiti unici. Se il quorum non scatta, con la prossima scadenza politica fissata fra quattro anni, tocca al governo muoversi: smetterla di amministrare il consenso e lavorare per dare un senso alla legislatura. Dopo il sondaggio, quindi, le decisioni.

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