L’incontro fra i due governi di Germania e Italia non è alternativo al rapporto con altri governi europei e neanche con l’integrazione europea, semmai l’opposto. Nei documenti varati ieri a Roma s’aggira una presenza nascosta che si accompagna a un timore. La presenza è quella di Mario Draghi e il timore è quello di non essere capaci di fare il necessario nei tempi utili.
Va bene dire con Draghi che si devono abbattere i ‘dazi europei’, però serve sapere che non esistono dazi europei ma ostacoli nazionali al pieno affermarsi di uno spazio realmente comune. Ad esempio: la Germania è pronta a non ostacolare una scalata bancaria che proviene dall’Italia? E l’Italia è pronta a far crescere soggetti europei senza pretendere di escludere dalle scalate le banche dove si crede di avere degli amici? Per adesso no, mentre si deve dragarsi in fretta.
Germania e Italia chiedono che l’accordo con il Mercosur entri immediatamente in vigore, superando l’ostacolo solo ostruzionistico del rinvio alla Corte di giustizia, votato dal Parlamento europeo. Si può e si deve fare, ma la politica ha anche almeno due altri doveri: a. ricordare ai cittadini europei che il prezzo che pagano per l’acquisto di determinati prodotti agricoli deve sommarsi ai soldi stanziati per ‘aiutare’ gli agricoltori, visto che anche quei quattrini escono dalle tasche dei cittadini e hanno creato un settore sussidiato che chiede sempre più soldi; b. quella europea dell’agroalimentare è un’industria in grandissima parte di trasformazione per cui va in bancarotta se la materia prima scarseggia o costa troppo, sicché l’accordo con il Mercosur – come già il Ceta (mai ratificato dall’Italia) con il Canada – è essenziale al settore e non l’opposto, come si vuol far credere.
Germania e Italia sono dalla parte giusta, al contrario della Francia, ma la politica ha anche il compito di formare il consenso, non solo di raccoglierlo. E per formarlo si deve parlare ai cittadini con schiettezza, anche a costo di contraddire spropositi del passato e con il coraggio di trovarsi davanti a un trattore guidato da chi difende non il mercato ma la propria rendita sussidiata dai soldi dei contribuenti.
E così si torna alla presenza nascosta, a Draghi. Non soltanto il documento italo-tedesco fa continuo riferimento ai contenuti del rapporto da lui predisposto, non soltanto a quello si riferiscono decine di dichiarazioni di governanti dei diversi Paesi Ue, ma egli stesso è invitato a parlarne al summit europeo convocato per il prossimo 12 febbraio. Quel rapporto è però del settembre 2024 e non basta condividerlo, si deve correre ad applicarlo e non fare (come si è fatto) il contrario di quel che c’è scritto. La difficoltà è oggettiva, perché si dovrebbe ragionare in termini europei – altrimenti non c’è verso di avere sovranità, sicurezza, competitività – ma i voti si prendono parlando agli elettorati nazionali. La politica europea non ha generato giganti e neanche operosi costruttori del consenso, semmai surfisti elettorali.
Draghi è fra i giganti, ma non fra i politici. Quella è la sfida culturale da cui dipendono anche la crescita economica e la sicurezza. Che sia un gigante lo dimostra il fatto che oggi apprezzano le sue scelte (alla Bce) anche quanti legittimamente si opposero. Che non sia un politico dipende dal fatto che non s’è mai candidato, anche se ha svolto ruoli politici. Non si può rinunciare alla forza delle idee e delle competenze per ossequiare il pregiudizio secondo cui si deve essere eletti, perché in quel modo si distrugge la democrazia e si costruisce la votocrazia. Si votano i rappresentanti della sovranità popolare e quelli possono ben compiere le scelte che ritengono giuste, non limitandosi a quelle per loro convenienti. Draghi sia la guida delle cooperazioni rafforzate, ovvero delle maggiori integrazioni europee – a partire dalla difesa – che non coinvolgono necessariamente da subito tutti e 27 i Paesi. Questo aiuterebbe anche la politica debole a trovare la forza di spiegarne il perché.
Davide Giacalone, La Ragione 24 gennaio 2026
