Politica

Emigranti, piagnistei e criminali

Da meridionale, non ne posso più di sentir parlare del sottosviluppo meridionale. Mi sembra folle discettare ancora di “emigrazione”, con le solite, dolenti ed altolocate considerazioni di circostanza. Ma in che mondo vivono? Sembra quasi incredibile che si accolga come una rivelazione l’ennesimo rapporto

Svimez, un istituto fondato nel 1946, dedicato allo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, i cui padri nobili ci ricordano la fame del dopoguerra, e che, però, non s’è risparmiato nell’alimentare la grande industria del piagnisteo. Basta, per favore.
Trasferirsi da Trapani a Torino non è emigrare, è cambiare città. E’ un fatto positivo, non un dramma paragonabile a quello degli anni cinquanta, quando le distanze nazionali erano più grandi delle odierne continentali. Invece di farsi venire i lucciconi, si risponda a queste due domande: perché i giovani italiani vanno via ed i giovani magrebini arrivano? Perché dal sud si va al nord e non viceversa? La risposta è la stessa: perché quella meridionale è rimasta un’economia a basso valore aggiunto, molto basata sulla manodopera, molto sovvenzionata, dove s’esercita la fantasia più per giustificare i finanziamenti che per produrre qualche cosa, con larga presenza di mercato sommerso, quando non direttamente criminale. Terza domanda: perché i meridionali non si ribellano a questa situazione, prendendo l’iniziativa e sviluppando la loro terra? Tristissima la risposta: perché i finanziamenti a pioggia e la spesa pubblica improduttiva, destinata agli stipendi e non ai servizi, selezionano le persone al contrario, premiando chi aspira a fare il mantenuto e chi s’inciucia per arrangiarsi, così integrandosi nel tessuto della connivenza conservatrice, e spingendo alla fuga chi abbia spirito d’iniziativa. Il mondo è pieno di meridionali che hanno meritato il successo, mentre al meridione sono sempre in via di sviluppo.
I gemiti e le nenie condolenti non servono a niente. Considerare il sottosviluppo come un destino è un’offesa, ma che molti meridionali meritano, perché incapaci di pensarsi diversi, di fare anziché chiedere, di pretendere anziché mendicare. Ma, attenti, è un errore credere che tutto si debba all’indolenza, ed è ingiurioso credere che un giovane meridionale abbia le stesse opportunità di vita di un coetaneo brianzolo, perché c’è una cosa che può fare solo lo Stato, che è suo compito esclusivo: assicurare l’ordine pubblico ed il rispetto della legge. Lo fa assai male. Ma senza il rispetto della legge è escluso che il mercato sia libero ed efficiente, è escluso che le persone di valore si facciano strada.
Il meridione deve essere liberato dalla criminalità organizzata, dalle sue diramazioni politiche, da quella rete di potentati impotenti che ha affogato Napoli nella spazzatura e strozza ogni energia pulita. Deve essere liberato con la forza, senza il timore di rompere gli antichi equilibri che lo hanno depresso, senza tenere in alcun conto l’indotto civile, quanti, insomma, ci campano di riflesso. La ricchezza delle mafie è un moltiplicatore di miseria, morale ed economica. Il meridionalismo serio, oggi, deve chiedere prima di tutto questo: legge ed ordine. Mentre la spesa pubblica, che alimenta il clientelismo e mantiene drogata e rassegnata la popolazione non sarà mai una buona medicina, perché è la malattia.

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