Oggi inizia un incontro europeo di rilevante importanza, proprio perché informale e destinato a ragionare del futuro. Non c’è alcun margine per immaginare una possibile scelta fra maggiori poteri nazionali e maggiori poteri europei, perché il potere di ciascun Paese è troppo basso se isolato e prende consistenza se europeo. La cooperazione rafforzata è dentro e non alternativa all’Unione Europea. È inesistente l’alternativa fra il contrarre nuovo debito comune e il far crescere le collaborazioni fra imprese e Paesi europei, giacché i soldi raccolti servono proprio a finanziare quelle collaborazioni produttive. Poi ci sono gli interessi specifici, del tutto legittimi, ma da far stare dentro quel quadro e non al suo posto.
Raccontare che la Francia di Emmanuel Macron è a favore del debito comune mentre la Germania di Friedrich Merz è contraria non ha alcun senso, specie se lo si racconta in italiano. Non ha senso perché il debito comune già esiste ed è stato acceso due volte, ovviamente con il consenso tedesco. Non ha senso perché la difesa della sicurezza e del valore dell’euro è già stata praticata mediante l’assicurazione che nulla sarebbe stato escluso pur di battere le speculazioni e le forze che puntavano alla rottura. E chi, in Germania, si disse contrario ha riconosciuto di avere avuto (almeno in parte) torto.
Certo, non si può non tenere conto che la Germania paga il credito meno di tutti gli altri, anche se a un prezzo che è cresciuto (che è la ragione per cui è sceso lo spread). Paga meno perché il debito pubblico è notevolmente più basso, ma anche quello è ora destinato a crescere e se si sgancia l’acquisizione di credito tedesco da quello europeo si crea uno squilibrio a loro vantaggio di cui noi saremmo fra i primi a pagare le spese. Come non si può dimenticare che il debito pubblico francese è molto cresciuto, aumentando anche il suo costo. Ma i campioni del debito alto restiamo noi italiani e pensare di far sponda sui tedeschi per insolentire i francesi, su questo tema, è masochismo allo stato puro: noi e i francesi abbiamo il comune interesse a che i debiti nazionali siano presidiati dalla forza dell’euro, che consente al debito comune di essere pagato meno di quel che noi e i francesi paghiamo per il debito nazionale.
Questi diversi interessi fanno parte della realtà, ma c’è un aspetto che li domina: noi europei siamo ricchi e produciamo molto più risparmio di quello che riusciamo a utilizzare, quindi lo esportiamo investendo ricchezza in altri mercati e significativamente negli Stati Uniti. Posto che il risparmio deve restare libero di andare alla ricerca del maggiore profitto, noi europei abbiamo il dovere e la convenienza di offrire a questa montagna di soldi la possibilità di trovare occasioni allettanti anche a casa propria, favorendone l’ulteriore e più rapida crescita. Per far questo occorre che sia effettivo e operante il mercato unico dei capitali europei, di cui il debito comune è uno degli aspetti e lo strumento per finanziare la ricerca e l’innovazione guardando ai campioni continentali e non ai confini nazionali.
Accanto e non in alternativa a questo lavoro c’è la necessità di fare in fretta e di non restare condizionati dalla ricerca continua del consenso frammentato fra Stati nazionali. È per questo che in materie decisive come la difesa, l’energia, l’innovazione digitale e il dominio spaziale si può e si deve potere accendere debito comune, ma si può anche (anche, non invece) procedere con cooperazioni rafforzate che facciano da traino e non da esclusione dei Paesi che hanno più difficoltà a partire subito.
Per capire in che consiste la partita si guardi l’Ucraina: la sosteniamo compattamente, ma insufficientemente. La compattezza resta necessaria, la sufficienza va conquistata. Ragione per cui, con tutto il rispetto per le auguste figure dei governanti, ci si ricordi che sono tutti di passaggio, mentre restano permanenti gli interessi indisponibili di ciascun Paese e di quella enorme conquista che è l’Ue.
Davide Giacalone, La Ragione 12 febbraio 2026
