La lettera inviata dal cancelliere della Repubblica Federale Tedesca, Friedrich Merz, alla Commissione europea e al presidente del Consiglio europeo ha un importante significato politico. Individuare la strada istituzionale per l’immediato ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea è un modo per dire che l’invasione armata russa è un atto di guerra contro di noi, che la convergenza statunitense nel mollare gli ucraini è un attacco a noi e che noi europei restiamo fermi, accettiamo la sfida e siamo convinti di poter prevalere. Un atto di determinazione e coraggio, tanto più significativo perché viene dal Paese europeo che più si era dimostrato interessato ai buoni rapporti con la Russia e dal capo di governo che più era stato disponibile (assieme a Meloni, poi ridottasi al silenzio) ad assecondare le mattane di Trump.
L’iter per i nuovi ingressi nell’Ue – che ci sono già stati e numerosi altri sono in lista d’attesa (alla faccia di quelli che vanno ripetendo che l’Ue non conta niente e perde sempre, mentre chi è fuori ambisce a entrarvi perché ne coglie il peso e la capacità di generare successi) – è lungo e complesso. Va aggiunto: giustamente lungo e complesso. Perché entrare significa condividere valori e modelli istituzionali, sicché si devono adattare quelli propri – figli di quella particolare storia nazionale – a quelli dell’Unione, in modo da non creare (troppi) squilibri interni. Il processo d’ingresso dell’Ucraina è già avviato, ma i suoi tempi normali sono incompatibili con quelli della guerra e con quelli della possibile pace da negoziare. Tanto più che siamo noi europei i principali alleati che contribuiscono politicamente e materialmente (anche con il necessario e opportuno invio di armi) alla resistenza ucraina.
Quello che Merz propone è di fare degli ucraini un «membro associato»: entrano subito, prendono parte al Parlamento europeo e siedono sia nella Commissione che nel Consiglio, ma senza diritto di voto. Nel tempo che manca per la formale e piena adesione si fa però valere quanto stabilito dall’articolo 42.7 del Trattato, ovvero il reciproco impegno alla difesa: «Al fine di creare una garanzia di sicurezza sostanziale». La conseguenza di una simile scelta è che chiunque pensi di portare via all’Ucraina pezzi del territorio, aggredirne la sovranità o minacciare l’eliminazione dall’esterno del loro governo dovrà vedersela con noi. Non per interposto Paese, ma direttamente.
Ciò dovrà essere chiaro negli Usa, affinché nessuno creda che noi si possa mai mollare gli ucraini al loro destino; dev’essere presente alla Cina, talché i proficui rapporti commerciali non possono convivere con una minaccia diretta alla nostra sicurezza e sovranità; e devono sentirlo anche in Russia, ove mai qualcuno che ancora crede al Putin che millanta la capacità di disgregare l’Ue inizi a valutare l’opportunità di liberarsi di un despota che porta l’intera Russia alla rovina. Il fatto che ieri gli ucraini abbiano bombardato un centro dei servizi segreti russi testimonia la fragilità di chi si riteneva invincibile.
Il disegno di Merz non manca di un certo barocchismo, ma è da scelte di questo tipo che passa la spinta per quella maggiore integrazione europea che quasi tutti, a parole, considerano necessaria. Certo non gli antieuropeisti, coerentemente dalla parte di Putin e con amori traditi e poi nascosti per Trump. Ovvero forze che è facile indicare come avverse ai nostri (e altrui) interessi nazionali.
Per queste ragioni sarebbe ragionevole che la lettera di Merz divenisse subito tema di politica nazionale, nei diversi Paesi europei. Avendo il merito di uscire dalla retorica della speranza e individuando quel che può e deve essere fatto qui e ora. Del resto noi italiani lo vediamo nelle cose di casa, con politici che girano a vuoto sperando di separare le loro sorti elettorali dalla sorte di quel che dicono e, in definitiva, del Paese. Un po’ come i commensali del film “Don’t Look Up” che, dopo avere avvertito dell’esistenza di un asteroide che distruggerà la vita sul pianeta Terra, non essendo riusciti ad attirare la fattiva attenzione di nessuno si siedono a tavola e aspettano l’impatto.
Davide Giacalone, La Ragione 22 maggio 2026
