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Ieri sera, Il Consiglio europeo di ieri ha avviato i lavori della nuova legislatura europea post elezioni. Per ora nessun accordo concreto ma diversi punti da analizzare.

Il Consiglio europeo di ieri ha avviato i lavori della nuova legislatura europea. Prima del Consiglio c’era stato il G7, che al netto del folklore ha ottenuto il significativo successo di dimostrare solida e irremovibile la scelta occidentale al fianco dell’Ucraina. Non nuova, ma neanche scontata.

Infine c’è stata Lucerna, dove la Conferenza di pace è andata bene. Putin sostiene il contrario, ma questa è una ulteriore dimostrazione: si sapeva che la Russia non ci sarebbe stata e si sapeva che la Cina sarebbe stata assente, quindi non era la sede di un negoziato ma quella in cui sarebbero stati ribaditi i paletti del futuro negoziato, che si farà con la Cina perché Putin sarà cancellato con la sconfitta delle pretese imperialistiche e la Russia declassata a satellite cinese. Quel risultato c’è stato, con il consenso di 84 Paesi. In quanto a quelli – importanti – che hanno voluto essere presenti (scelta da non sottovalutare) ma hanno preferito non firmare le conclusioni, si tratta di Paesi che non hanno alcun legame con la guerra scatenata da Putin e cercano solo spazi di manovra. La cornice della nuova legislatura europea, quindi, s’è definita nel breve volgere di una settimana.

L’acchito tocca al Consiglio europeo, vale a dire ai capi di Stato e governo. In quel consesso nessun Paese vince o perde le elezioni e ciascuna delle persone che vi siedono rappresenta un Paese, non una sua parte politica. Il primo atto sarà quello di indicare il nome di chi dovrà presiedere la Commissione europea, quindi si comporrà il mosaico dei commissari e il Parlamento darà o negherà il gradimento.

Rientrando nei nostri confini nazionali, i dilemmi sono due: a. prendere parte o no a una maggioranza retta da popolari, socialisti e liberali; b. a quale posizione aspirare, all’interno della Commissione. E talora le cose non sono come sembrano.

Abituati a pensare la politica come fosse l’opera dei pupi, s’è preso a credere che siccome stanno a destra Le Pen e Meloni abbiano obiettivi simili, se non comuni. Non credo: per Le Pen è una brutta cosa vedere la destra italiana gradire la presente e forse futura presidenza della Commissione, perché da una parte spiazza ed esclude la destra francese e mostra una scelta che la francese non potrà mai fare. Quando Meloni spera di rinviare tutto a dopo le elezioni francesi non lo fa perché così avrà un alleato più forte, ma perché non avrà più Le Pen in campagna elettorale e, quindi, fortemente interessata a indebolirla per il tramite della Lega. Come che la cosa si risolva, non è sensato immaginare che la Francia o l’Italia finiscano in minoranza, circa l’indicazione del presidente della Commissione. La cui maggioranza sarà quella scelta dagli elettori. Non a destra.

Circa il commissario, non è in dubbio la legittimità italiana di volere occupare una casella di peso. Si tratta di capire cosa significhi e cosa convenga. Il posto con un significativo bagaglio di potere, nonché competente sul fronte per noi più delicato, è quello dell’economia e dei conti pubblici. Materia sulla quale i più interessati alleati di cui possiamo disporre sono i francesi, il che suggerisce di non abbandonarsi con troppa lasciva lussuria al folklore. Il posto che forse più di ogni altro crescerà di peso è quello del commissario alla Difesa, che non solo vedrà lievitare la spesa indirizzata a quell’esigenza, ma sarà al centro di interessi, scontri e scelte connessi con lo sviluppo di campioni industriali europei in questo settore. C’è anche il posto relativo agli Affari interni e all’Immigrazione, ma ha più un valore di bandiera che di sostanza. Di buon lavoro da fare ce n’è molto e molto si può migliorare, ma gli strumenti per risolvere quel problema non sono nelle nostre mani.

Naturalmente ciascun Paese ha sempre votato a favore del proprio commissario, il che è ovvio e consueto. Ma siccome nessuno ricorda nulla e le cose scontate te le presentano come novità, la via per la confluenza italiana passerà anche da quel pertugio.

Davide Giacalone, La Ragione 18 giugno 2024

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