Domani si apre un importante appuntamento europeo ed è bene che ai cittadini sia chiaro che noi europei non possiamo che procedere assieme, ma ci sono modi diversi di farlo. È naturale che si discuta su quale strada imboccare, posto che la meta è condivisa. Discutere è segno di salute morale e politica, laddove il convergere acritico sarebbe segno del contrario. L’importante è che i dadi si avvitino ai bulloni giusti per rendere più solida la costruzione europea che per alcuni sarebbe già stata distrutta innumerevoli volte, dimostrando una vocazione a sbagliare che vale per il passato ed è bene si conservi per il futuro.
Lo strumento della maggiore e più veloce integrazione è bene che sia la cooperazione rafforzata, ovvero la collaborazione fra Paesi interni all’Unione Europea, senza che per questo tutti debbano aderire subito. Un esempio riuscitissimo è l’Unione monetaria, l’euro: tutti gli aderenti sono Paesi dell’Ue, ma non tutti i Paesi Ue aderiscono (difatti in diversi sono in procinto di aderire e altri lo faranno in futuro). Questo strumento consente di dimostrare quanto sia falsa l’idea che il vincolo dell’unanimità (su alcune materie) immobilizzi l’Ue, quanto possa portare risultati immediati e quanto si sia già dimostrato virtuoso.
Epperò la cooperazione rafforzata ha dei difetti: ha funzionato benissimo con la moneta e può funzionare altrettanto bene con la difesa, ma procedendo in questo modo c’è il rischio di disarticolare il costrutto istituzionale dell’Ue e di ridurre il ruolo della Commissione e del Parlamento europei. Per questo non ha torto chi, come il presidente francese, sostiene la necessità di fare prima tutti gli sforzi perché si possa procedere assieme, senza geometrie variabili. Un’impostazione che ha il pregio di utilizzare la strada sulla quale s’è già andati molto avanti, ma pure il difetto di costare molto in termini di tempo. E sulla difesa, sull’energia e sul mercato finanziario di tempo non ne abbiamo e non possiamo sprecarne.
Entrambe le strade portano a più integrazione europea, la discussione è su quale sia la più percorribile e veloce. Ed è qui che vedo un drammatico ritardo di riflessione e comunicazione, che genera un rischio grave per le democrazie: la scarsa consapevolezza dei cittadini. Non è possibile – e qui le colpe di politica e giornalismo sono notevoli – che un incontro fra due governanti europei sia sempre la nascita di un “asse” (a parte che l’utilizzo di quel termine con Germania e Italia dovrebbe rispedire chi lo fa in prima media), così come non è possibile che un dissidio sia sempre una rottura. È evidente che la convergenza sulla meta sia anche una convergenza d’interessi ed è normalissimo che ne esistano di diversi, sicché quando si parla di difesa integrata si presuppone la cancellazione delle insensate diversità fra sistemi d’arma e tipologia di produzione, dal che discende che alcuni campioni debbano poter crescere e taluni brocchi essere avviati all’estinzione. Ma diventa devastante se a ogni partita si comincia a parlare di sconfitta di quello o di schiaffo a quell’altro, perché in questo modo si viene retrocessi agli scontri nazionalisti del secolo scorso e schiaffati tutti assieme nell’angolo buio dell’irrilevanza.
Uno degli ostacoli con cui l’Ue deve misurarsi è che la democrazia s’esercita ancora in ambito nazionale (anche per eleggere il Parlamento europeo, ed è assurdo). Non potendo certo rinunciare alla democrazia, si deve evitare che il linguaggio di un governante dia guazza in cui far nuotare gli sfasciacarrozze di un altro Paese Ue. Raccontare la politica come l’opera dei pupi, con il clangore delle corazze e il bruciare delle passioni può essere avvincente e necessita di personalizzare, ma la premessa è: gli europei sono e resteranno assieme, senza che un Paese voglia mai indebolire il governo di un altro, il cui capo è passeggero. I pupi hanno una caratteristica: c’è qualcuno che tira i fili. E noi europei non intendiamo essere mossi da altro che da noi stessi.
Davide Giacalone, La Ragione 11 febbraio 2026
