Politica

Fessi e non

La buona notizia è che un vasto e compatto fronte si propone di far calare la pressione fiscale, che grava sui contribuenti. Singolare fenomeno: se ne dicono di tutti i colori, si rimproverano l’imminente rovina dell’Italia (basterebbe un bilancio di quella procurata), ma poi vergano documenti non dissimili sulla collocazione internazionale dell’Italia (come riportato qui accanto, a firma di Fulvio Giuliani) e fanno a gara nel dire che il fisco deve essere meno rapace. E vabbè. La cattiva notizia è che non sono credibili. Primo: perché lo hanno già detto molte volte, salvo, nel migliore di casi, cancellare una cosa e introdurne o aggravarne un’altra. Secondo: perché devono averci presi per fessi, giacché parlare di tassazione senza metterci manco un numero o specificare una definizione è un raggiro.

Taluni hanno letto, nel quarto punto del programma della destra, la promessa di una flat tax. Leggano con più attenzione: manco per sogno. A meno che non si voglia considerare un bigamo quale doppiamente monogamo (allettante, per alcuni). Dicesi “flat” una sola aliquota per tutti. Nel programma c’è scritto: “per le partite Iva fino a 100.000 euro di fatturato (…) e su incremento di reddito rispetto alle annualità precedenti”. Siccome devono essersi accorti che non ha il benché minimo senso, hanno aggiunto: “con la prospettiva di ulteriore ampliamento per famiglie e imprese”. La promettono da anni, sono stati al governo e non s’è vista (né mai si vedrà), sicché la sola “prospettiva” è che l’andazzo continui. Ma anche a volerli prendere sul serio, quel che descrivono è l’introduzione di nuove aliquote, più o meno l’opposto della flat. Inoltre non c’è un numero: Salvini diceva 15%, Berlusconi 23, il programma niente. Il che significa che l’imposizione potrebbe anche essere più alta dell’attuale. Sono strizzate d’occhio sulla fiducia, ma no, non ha senso riporla così ciecamente. Oh, in compenso c’è il condono per le cartelle esattoriali scadute, fra le quali anche quelle del precedente condono, che i condonati d’allora aspettano siano ricondonate, perché la diseducazione fiscale da propaganda elettorale non ha confini di decenza.

Anche Letta, per la sinistra, dice: “Il taglio delle tasse lo vogliamo, ma per i lavoratori, non per i più ricchi del Paese”. Tesi singolare, sotto diversi punti di vista. Il primo è che, secondo Letta, i lavoratori sono poveri e i ricchi non sono lavoratori. Non so in quale categoria si collochi, ma un avvocato, un architetto, un medico, un idraulico, un manager dipendente e così via andando, che sono riusciti a guadagnare molto e anche moltissimo, non sono lavoratori? Ma attenzione: nel documento che aveva firmato con Calenda c’era scritto che la pressione fiscale doveva restare immutata, distribuendola diversamente. Credo sia un concetto sbagliato, su cui anche Calenda dovrebbe riflettere: deve scendere in rapporto al pil, lavorando sul taglio alla spesa improduttiva. Comunque, prendiamolo in parola: questo significa che se scende per alcuni deve salire per altri. Per chi? I ricchi. Abbia la compiacenza di definirli: chi sono, i ricchi? Lo sono quelli che guadagnano fra 100 e 200mila euro lordi l’anno? Non si sia ridicoli, in ogni caso trattasi dello 0.97% dei contribuenti e versano il 10.53% del gettito Irpef. Fra 200 e 300? A parte che non ci compri uno yacht a rate, comunque sono lo 0.14% dei contribuenti e già versano il 3.01 del gettito. Quelli sopra i 300? Lo 0.10 che versa il 6.02. Onorevole Letta, quelli non sono i ricchi, ma gli onesti. Punirli non è un gran programma. Forse si riferisce al patrimonio? Bravo, dica “patrimoniale” e gli elettori si ricorderanno di avere tutti una casa. Sapendo che non c’è da fidarsi di chi non definisce e non ci mette un numero che sia uno.

Da qui al 25 settembre provate a dire qualche cosa che abbia senso compiuto e una, pur labile, relazione con la realtà fiscale vera. Perché può essere piacevole passare per fessi. Ma anche no.

Davide Giacalone, La Ragione 13 agosto 2022

www.laragione.eu

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