Politica

Fiducia e finanziaria

Se il governo porrà la fiducia avremo una legge finanziaria approvata senza emendamenti parlamentari. Sarebbe anomalo per la tradizione italiana, ma del tutto normale nel resto d’Europa. Questa osservazione, però, vale per la legge di bilancio, mentre il problema che si pone è più vasto e riguarda il ruolo del Parlamento nel nostro sistema politico.
Dal punto di vista istituzionale la nostra non ha mai cessato d’essere una Repubblica parlamentare, salvo il fatto che, a forza di riforme del sistema elettorale (a colpi di referendum) e dopo il crollo dei partiti (sotto i colpi giudiziari), la politica si è strutturata come se fossimo una Repubblica presidenziale. Ha la pretesa, del tutto infondata, dell’elezione diretta del premier, senza avere nessuna delle garanzie e dei contrappesi che l’accompagnano. Così i parlamentari hanno un ruolo da spingibottoni, esecutori di volontà esterne. Quasi tutti loro, del resto, non sono stati eletti, ma nominati, quindi sono privi di forza propria. Direi anche d’identità. Dal Parlamento, pertanto, è stata espulsa la politica, ma non certo la pressione dei gruppi d’interesse, delle lobbies. Succede, allora, che se la finanziaria si aprisse agli emendamenti non si confronterebbero idee diverse sul bilancio pubblico, ma si scatenerebbero le imboscate per favorire questo o quell’interesse particolare, con conseguenze negative sul fronte della spesa. Alla vigilia di mesi in cui gli italiani sentiranno davvero cos’è la crisi.
Riassumendo: nella sostanza è bene che il Parlamento conti poco, nella forma così si distrugge l’equilibrio istituzionale. Il divorzio fra forma e sostanza è pericolosissimo ed il richiamo liturgico al rispetto della Costituzione è un mantra inutile, praticato da chi non ha contezza del problema. Questa è la ragione per cui abbiamo tante volte insistito sull’urgenza delle riforme istituzionali, possibilmente nel quadro di una legislatura costituente, capace d’impegnare nel medesimo lavoro i riformisti di ambo gli schieramenti.
La maledizione, invece, è una politica che non cessa mai la campagna elettorale, che spinge ad intendere il bipolarismo (che neanche c’è) quale esercizio propagandistico contro gli “altri”. Molto male, perché la durezza dei tempi richiede politiche ed istituzioni forti. Che non ci sono.

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