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Frontale

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Molti commenti sono improntati a un equivoco e molte contrarietà lo sono alla propaganda, entrambi inutili a fare i conti con la realtà. L’equivoco consiste nel credere (e la propaganda nel far credere) che le norme servano a risolvere magicamente i problemi, come se la realtà fosse a disposizione della volontà del legislatore. Il Patto europeo per l’immigrazione non può dissolvere il problema delle pressioni alle frontiere: prova ad affrontarlo. La gran parte di quelli che vi si oppongono non provano a contrapporre proposte percorribili, ma agitano sentimenti sensibili, prediligendo la propaganda alla responsabilità.

Il disporre di identificazioni comuni e valide per tutti i Paesi europei è stato un passo in avanti. Il passare dalla logica originaria del Trattato di Dublino – che assegna al Paese di primo ingresso il compito dell’identificazione, del trattenimento e della decisione relativa alla regolarizzazione o al respingimento – a una logica che non nega e cancella Dublino, (perché l’identificazione rimane sempre nel Paese d’ingresso) ma assume il problema come collettivo ed europeo (talché chi non accetta la redistribuzione di quanti sono entrati nei confini dell’Unione compenserà pagando per il loro trattamento) è un passo in avanti.

Non sono passi capaci di far sparire il problema e la questione dei respingimenti continuerà a fare i conti con l’affidabilità del diritto e del rispetto dei diritti umani nei Paesi di partenza, ma sono strumenti per cercare di tenerlo nell’ambito della razionalità e sottrarlo a quello dell’emozionalità. Non è vero che è tutto come prima e neanche che sarebbe peggio di prima, posto che sarebbe peggio perché il Patto è per taluni più lassista e per altri più rigorista. Il che basta a capire che non si parla dei testi e delle norme, ma di propagande contrapposte.

Se il Parlamento europeo non avesse votato – naturalmente dividendosi, come capita in tutti i Parlamenti democratici – si sarebbe andati incontro all’insuccesso con la fine della legislatura, dovendo ricominciare da capo. Non è andata nel migliore dei modi immaginabili, ma è andata meglio del buco nell’acqua. Ora resta il passaggio al Consiglio europeo, dove il governo italiano fra qualche giorno darà il suo consenso avendo il dissenso al suo interno. Così siamo messi, ma è questione italo-italiana.

Questa dell’immigrazione non è una tessera isolata, ma componente un mosaico che spiega anche perché il nostro governo – guidato da chi avrebbe detto peste e corna del medesimo Patto – ora ne tesse le lodi, addirittura esagerando. Ieri si trovava a Roma il presidente del Consiglio europeo Charles Michel. Non era in viaggio di piacere e, naturalmente, ha incontrato la presidente del Consiglio. A parte i comunicati ufficiali, gli incontri che Michel ha avuto e avrà nei Paesi dell’Unione europea sono incentrati anche sui futuri equilibri che prenderanno corpo dopo le elezioni europee. Com’è noto, Mario Draghi non è e non sarà candidato, ma resta il nome più pesante e autorevole per guidare l’Ue dell’immediato futuro. Chi ritiene che questo possa dar fastidio a Meloni fa un torto all’intelligenza della presidente, ma anche alla propria: perché crede che Meloni abbia ribaltato la precedente posizione sull’invasione russa in Ucraina, dopo avere condannato le sanzioni all’epoca della Crimea? Perché il governare si governa da quella parte. E Draghi è una buona guida.

Ma Draghi significa: a. completamento del mercato unico dei capitali; b. politica industriale comune, indirizzo green e debito comune acceso per finanziare la transizione; c. difesa comune, che comporta comune politica estera. Draghi significa molta più integrazione europea, a difesa della sola sovranità possibile: quella del condominio europeo. Per la destra italiana un salto epocale, che difatti la divide. Aiutata dal fatto che a sinistra il salto lo fanno dalla finestra (che sciocchezza votare contro il Patto), dividendosi.

C’è chi con la realtà fa un frontale e chi ci fa i conti, anche alle frontiere.

Davide Giacalone, La Ragione 13 aprile 2024

 

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