Politica

I Dico, la Cei e la laicità

Nel mentre s’effettua il cambio della guardia al vertice della Conferenza Episcopale Italiana il disegno di legge governativo sulle convivenze, i Dico, affonda inesorabilmente. Lo avevamo detto ed ha ragione Cesare Salvi ad evidenziarlo, quel testo è giuridicamente scombiccherato ed idealmente confusionario.

Scrissi che non mi sembrava un attacco alla famiglia, ma alla convivenza. Il governo, dopo averlo voluto e promosso, lo ha abbandonato al suo destino, che sarà meritato. Può dirsi che sia una vittoria di Ruini, in uscita dalla Cei? No, semmai un fallimento del governante, ma non un trionfo episcopale. Anzi, direi che su questo terreno la chiesa incassa notevoli sconfitte.
Il segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone, ribadisce che sui temi che riguardano i valori indisponibili della vita e della famiglia non può esserci libertà di coscienza, giacché quella dei cattolici, siano essi legislatori od elettori, non può che essere vincolata ai dettami ed al magistero della fede. Credo proprio abbia ragione. Ciascuno di noi compie, ogni giorno, numerose scelte, matura opinioni, alimenta sentimenti, e ciascuno non può che farlo attingendo alle scorte della propria cultura, della propria formazione e dei propri convincimenti. Si spera senza dimenticare e truffare la realtà. Vale per me laico, vale per chi è credente ed osservante. Ma tale ragione di Bertone deve fare i conti con due cose. La prima è che i cattolici italiani si mostrano sempre più restii all’identificare nelle parole della gerarchia ecclesiastica i dettami della fede. La seconda che, in coerenza con la prima, già più volte si sono pronunciati apertamente contro le indicazioni della chiesa, senza per questo rinunciare, molti di loro, a considerarsi cattolici. Il problema della chiesa, quindi, è quello di dovere stabilire quanto cedere al secolarismo per mantenere un’adesione di massa, o quanto tener fermi i propri principi, scontando che così facendo allontanerà da sé alcuni.
Il problema della politica è invece diverso. Intanto è quello di offrire agli elettori una valutazione meno ipocrita delle cose. Ho il massimo rispetto per le scelte individuali di ciascuno, ma ritengo di un ridicolo potente che taluni legislatori vogliano imporre a me un modello di famiglia che essi stessi violano platealmente. Dicono di soffrire, e li compatisco. Ma che almeno soffrano in silenzio e riservatamente. Grazie. Poi c’è un problema di ragionevolezza: non basta dire che una determinata scelta, come i Dico, è da definirsi laica per essere automaticamente considerata buona. Quei Dico lì sono una schifezza, e la mia laica capacità di leggere mi dice che sarà un gran bene vederli naufragare. Che la Cei benedica l’inabissamento non modifica di niente la mia opinione.

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