Politica

Il gobbo di Notre-Dame

Le parole di Enrico Letta vanno accolte positivamente, sperando che abbia una capacità di tenuta superiore a quelle fin qui dimostrate da Francesco Rutelli e Giuliano Amato. Letta, in buona sostanza, prende atto dell’evidenza: la sinistra, per vincere, deve conquistare i consensi dell’elettorato centrista, cosa che ben difficilmente potrà avvenire se si presenta in una coalizione dove determinante è il peso degli ex comunisti o dei neo comunisti.

Ed aggiungerei: tanto a destra quanto a sinistra la mera somma delle componenti politiche, quindi dei loro voti, possono anche portare a tagliare il traguardo elettorale, ma, comunque, rendono poi impossibile l’esercizio del governo.

Ha avuto ragione Marcello Pera a dire che certe evoluzioni della sinistra, in questi anni, sono anche merito della destra. Visto che le cose di casa nostra eccitano sempre un eccesso di polemica, sarà bene ricordare che non si sarebbe potuto concepire un Clinton senza la forza della pregressa politica fiscale reganiana, né un Blair senza la determinazione della Lady di ferro. Di converso, una proposta politica del tipo di quella abbozzata da Letta, avrebbe il pregio di incidere anche sulla realtà del centro destra, sollecitandolo a non subire oltre misura l’irragionevole condizionamento di chi agita bandiere impraticabili, come quella del federalismo.

So che Enrico Letta è pronto ad andare oltre, ad affrontare il nodo del sistema elettorale, ed è bene che si creino le condizioni affinché chi ragiona, da ambo le parti, non si trovi a rimorchio di chi strilla. Affrontando quel tema si potrà, anche, porre rimedio alla sindrome del Gobbo di Notre-Dame.

Di che si tratta? Semplice, basta guardale la scena che oggi offre la sinistra. Qualche anno fa eravamo impegnati in una guerra in Kossovo, senza alcun mandato delle Nazioni Unite, al fianco degli Stati Uniti, governati da Massimo D’Alema. Per motivare il fatto che i nostri aerei si alzavano in volo a bombardare i serbi si scomodarono ragioni ideali ed umanitarie che, allora, mi sembrarono del tutto fuor di luogo. E lo erano. Si va in guerra non perché si è buoni contro i cattivi. Le guerre non hanno a che vedere con le questioni morali (anche se possibile, ma mai solo), attengono agli interessi geopolitici del Paese. Per questo, per quegli interessi era giusto combattere in Kossovo, così come oggi è giusto essere andati in Iraq.

Ma la sinistra scomodò ragioni che non attenevano agli interessi, perché con quelle giustificò un’azione che appariva ed era l’esatto contrario di quel che avevano fino a quel momento predicato. Per carità, chi conosce la democrazia sa che c’è una bella differenza fra l’essere forza di governo e lo stare all’opposizione, e che certe esagerazioni si perdonano all’opposizione, ma non al governo. Ad una condizione, però: di non tornare indietro. E qui compare il Gobbo.

Avete presente Fiorello nell’irresistibile gag? Lui finge di non volere fare il Gobbo, ma la tetra figura riemerge a poco a poco, fino ad impadronirsi del suo corpo ed a cantare la disperazione per la perduta (mai avuta) Esmeralda. Così certa parte della sinistra: un giorno kennedyani, poi clintoniani, poi al fianco degli Usa in guerra, ma, poco dopo, il Gobbo riemerge, l’istinto primordiale si fa insopprimibile, ed eccoli ad arrampicarsi sugli specchi, ad immaginare separazioni fra il “buon popolo statunitense” e la sua “pessima amministrazione guerrafondaia e petroliera”, ed alla fine in piazza, a dire al texano di ritornarsene a casa, perché porco qui porco la, noi questi americani non li abbiamo mai potuti digerire.

Il guaio non sta nel fatto che il Gobbo esista. Per carità, dall’altra parte c’è ancora qualche relitto che parla di “Europa nazione”. Il guaio è che il Gobbo se li porta via tutti, mette a tacere Amato, fa fare retromarcia a Rutelli, costringe Prodi a dire solenni corbellerie. Letta se ne è accorto e dice: sentite, e se lo lasciassimo per i fatti suoi, il Gobbo? Ha ragione, una sinistra così farebbe bene a tutti, e prima di ogni altra cosa all’Italia.

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