Politica

Il muro, la Corte e la morte

Questa volta non è stato uno shahid, un kamikaze assassino, questa volta ad una fermata dell’autobus, a Tel Aviv, è esplosa una bomba. Un morto e ventuno feriti, solo perché l’autobus, colmo, era appena ripartito. Quarantotto ore prima la Corte internazionale dell’Aja aveva giudicato negativamente Israele, rea d’avere eretto un muro per difendersi dagli attentati. Cosa odiosa, odiosissima, i muri. Questo, poi, sorge sui territori occupati, quindi non internazionalmente riconosciuti come territorio israeliano.

Ma si devono proprio avere gli occhi foderati per non vedere la realtà di un Paese circondato da chi non ne vuol riconoscere il diritto all’esistenza.

Come reagirebbero i nostri concittadini, gli italiani se ogni giorno saltasse in aria una discoteca, una scuola, una fermata dell’autobus? Che senso ha sottoporre ad una corte un problema politico irrisolto, che attiene alla sicurezza di un popolo ed alla capacità di un altro di esprimersi con strumenti diversi dal terrorismo?

Si dice: il muro rende difficile il dialogo. Certo, il dialogo va salavato, continuato, ricercato. Ma con chi? Con chi se i palestinesi sono prigionieri di uno schema per il quale se uno tratta l’altro spara? E siamo sicuri che si tratti di persone diverse? A rivendicare il morto ed i feriti di Tel Aviv, ultimi in ordine di tempo, sono state le brigate dei martiri di Al Aqsa, a loro volta braccio armato di Al Fatah. Quest’ultima è la componente maggioritaria dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestica, e fa capo ad Arafat.

Il dialogo è importante, certo. Ma mentre Sharon e Peres lavorano per il ritiro dai territori occupati, con le difficoltà che derivano dal vivere in una vera democrazia, Arafat continua a coprire le stragi. Ma le bavette dell’Aja, di questo, non si curano.

Noi tutti, invece, dovremmo curarci dei ragazzi come Hussam Mahmud Bilal Abdu. 16 anni, imbottito di tritolo si recava a seminare la morte, poi “ho visto donne e bambini, non potevo farlo”. Ha dei problemi, il ragazzo, un disagio scolastico, un conflitto, magari normale ed adolescenziale, in famiglia. Ha detto ad un compagno di volere diventare shahid, martire, e questi lo ha messo in contatto con un macellaio vigliacco, un militante di quelle brigate che umiliano ed affamano il popolo palestinese. In due giorni lo hanno arruolato e gli hanno fornito la cintura esplosiva. Gli hanno anche dato 100 shekel, quasi venti euro, il prezzo della sua vita. Lo hanno fotografato in posa, e lo hanno mandato a crepare. Quando i soldati israeliani, cui lui si è rivolto, lo hanno fermato e condotto in un carcere, ha potuto telefonare alla famiglia, e sentire la madre ed i fratelli piangere e domandargli: ma perché volevi morire?

Capito, gente per bene che comodamente leggete questa storia? Quella famiglia piange perché stava per perdere un figlio ed un fratello. Come faremmo noi stessi, se un criminale approfittasse di un nostro adolescente. E tempo fa, ricordate, avevano mandato a morire un altro ragazzo palestinese, con noti problemi mentali.

Sono gli Arafat che consentono questo che noi europei finanziamo. Sono questi soggetti che portiamo sulle bandiere dei cortei, quasi fossero difensori del loro popolo, anziché il principale ostacolo al raggiungimento della pace e di confini sicuri.

Quindi, non dimenticate Hussam Mahmud Bilal Abdu, perché nel mentre difendiamo il diritto all’esistenza ed alla sicurezza d’Israele, ci sentiamo palestinesi come lui.

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