Con l’esaurirsi dell’estate si rialimenta la contesa sui conti pubblici, in vista della legge di bilancio. Ciascuno prova a mettere la propria insegna su qualche cosa che spera i cittadini riconoscano come agevolazione o favore. Naturalmente il cantiere delle pensioni è sempre aperto, con all’opera tanti che dicevano di volere cancellare la riforma Fornero, che non la cancellarono mai (fortunatamente) e provano a trovare spazi per mettersi in luce. Peccato che la luce della realtà sia spietata. E non ci sono solo le pensioni, dalle quali partiamo.
Probabilmente molti hanno dimenticato che il legare l’età pensionabile alle rilevazioni sulla speranza di vita fu giusta scelta del governo Berlusconi (2010). In quel governo Giorgia Meloni sedeva come ministro della gioventù e poté ben sostenere di avere fatto l’interesse dei giovani, se non impedendo almeno rallentando il mettere a loro carico altra spesa pensionistica non legata ai contributi versati. Sarebbe singolare che cancellasse ora che guida il governo quella sua compartecipata scelta d’allora.
Già perché quello che taluni, a cominciare dalla Lega, si propongono è proprio cancellare il frutto di quella scelta, impedendo che l’età pensionabile passi, dal 2027, da 67 anni a 67 anni e 3 mesi. Non solo sarebbe un esercizio di palese incoerenza, ma anche una presa in giro, perché la leva demografica è tale da far sì che la popolazione è decrescente, gli anziani pensionati crescenti e avviati a superare i giovani. Non bastasse questo i dati Ocse ci dicono che in Italia la pensione media è più alta della retribuzione media. E non bastasse ancora gli anni di lavoro medi dei pensionati italiani sono appena 32,8 e la media europea è a 37,2. Quindi è una presa in giro perché non regge.
La spesa previdenziale è crescente da qui al 2040, per poi restare molto alta -sebbene decrescente- fino al 2050. A quel punto andranno in pensione i giovani lavoratori di oggi, che per tutta la vita lavorativa avranno pagato la pensione agli altri e non avranno per sé nulla di paragonabile. A me pare una micidiale ingiustizia sociale, ma vedo che vanno per la maggiore quelli che s’industriano a renderla ancora più pesante.
Siccome la fabbrica dei fantasiosi inventori di bubbole non chiude mai, un’altra idea sarebbe quella di introdurre una flat tax per le voci variabili e incrementali in busta paga, tipo gli straordinari. L’aliquota uguale per tutti – appunto flat – è stata promessa per questa legislatura e non arriverà mai. Ma inventarne di specifiche a seconda della provenienza, tipologia o composizione del reddito non solo non è flat, ma è l’esatto opposto: una impressionante moltiplicazione di aliquote. Con incorporata un’ingiustizia: mentre la logica Irpef, proporzionale e progressiva, tratta tutti i redditi allo stesso modo (difatti ci si sfogava moltiplicando le detrazioni e generando una giungla inestricabile), adesso s’è preso a distingue una banconota da 10 euro dall’altra, così producendo soggetti che guadagnano gli stessi soldi ma non pagano le stesse imposte.
Suggestivo, infine, il gran passo in avanti immaginato per l’assegno d’inclusione. Per gli smemorati: il governo Meloni s’insediò cancellando il reddito di cittadinanza (bravissimi) e tamponando le emergenze con l’assegna di inclusione. La logica (giusta) era: questo è un aiuto materiale, che si accompagna a nuova formazione e le mitiche “politiche attive del lavoro”, in modo da portare il soggetto a disporre al più presto di un reddito proprio. Durata massima: 18 mesi. L’innovazione: per chi voglia la proroga di altri 12 mesi non serve recarsi a fare colloqui (evidentemente inutili) presso i centri del lavoro, si fa on line. Non fatevi neanche vedere.
Si tratta solo di anticipazioni, magari infondate. Magari. Sarebbe triste vedere che nel fare politica è incluso il menare per il naso e l’illudere. Il governo Meloni è stato scarso nelle riforme e serio sui conti. Andando avanti dovrebbe superare la scarsità, non abbandonare la serietà.
Davide Giacalone, La Ragione 27 agosto
