Il prezzo del petrolio cala e i mercati salgono. Dopo avere immaginato la catastrofe si vive il ritrovato trionfo del quotidiano. Accantoniamo i linguaggi enfatici e le aggettivazioni esagerate, ragioniamo come se al mondo non esistessero solo il tempo presente e l’attimo fuggente: abbiamo a che fare con un pareggio, una sconfitta e delle conseguenze.
Gli iraniani hanno subìto danni pesantissimi, l’orrida dirigenza teocratica è stata decapitata, il programma atomico è tornato indietro di anni. Gli obiettivi razionali del conflitto (più che altro israeliani) sono stati raggiunti. Al tempo stesso, però, la teocrazia è rimasta al suo posto, non ha mai perso la capacità di reazione e lo Stretto di Hormuz rimane un suo dominio, per il cui attraversamento si dovrà corrispondere una gabella in criptovaluta pro riciclaggio. I soldi riscossi serviranno a riprendere il programma atomico e il finanziamento del terrorismo. Ciascuna parte totalizza un successo e nessuna può credibilmente sostenere di avere vinto. Il fatto che, a chiacchiere enfatiche, entrambe proclamino di averlo fatto e strafatto non fa che confermare quanto appena affermato.
Gli iraniani che si sono battuti contro il regime vengono però abbandonati alla repressione. Le monarchie del Golfo vedono crollare un modello: ricchissimi, internazionalizzati, fiscalmente convenienti, approdo di investimenti dall’estero e piattaforma d’investimenti in tutto il mondo (Italia compresa), istituzioni non bisognose di democrazia e consenso per essere stabili e indiscusse. Ma è bastato che l’Iran attaccasse con i droni perché si dimostrassero incapaci di difendersi. Nel loro modello non era compresa la forza militare, sicuri che gli Stati Uniti non avrebbero mai permesso che il modello stesso venisse messo in crisi, pertanto anche disponibili a fare da sponda per cose improbabili come il Board per Gaza. Noi europei abbiamo tutti rispettato gli accordi internazionali, anche riguardo alle basi militari (ha ragione Crosetto), ma abbiamo tutti capito – chi prima e chi dopo, tutti con dolore e taluni con stupore – che il principale alleato ci ha mollato.
Queste cose, messe in fila, sono una sconfitta strategica degli Stati Uniti, che perdono la credibilità del lord protettore. Roba assai pesante, al punto che nell’accettare di negoziare sulla base dei dieci punti iraniani lo stesso Trump richiama il ruolo svolto dalla Cina. Non solo si dimostra che non sarebbero stati in grado di far cadere la teocrazia, non solo si sono dimostrati incompatibili l’amicizia con Putin e l’attacco ai suoi alleati, ma si rivolge anche un tributo alla potenza che inizialmente si sarebbe voluto risigillare all’interno dei suoi confini. Una macchina in folle non si limita a non avanzare e semmai scivolare, ma diventa inaffidabile e pericolosa.
Caleranno i prezzi dei carburanti, anche se resteranno al di sopra di dove si trovavano prima di questa avventura e si potrà prenotare l’aereo per le vacanze, ma le conseguenze saranno anche altre. Intere aree del mondo saranno alla ricerca non più soltanto di nuove aperture commerciali ma anche di coperture militari. Le spese per la difesa cresceranno molto e, mentre gli sciocchi parleranno di questo, il tema vero sarà quello degli incassi ovvero dell’apparato industriale. Noi italiani abbiamo dei punti di forza, ma dentro il quadro europeo. Possiamo dire la nostra anche sugli scudi spaziali, ma ci suicideremo se penseremo di organizzare le nomine pubbliche in ragione delle cordate fra compagni e camerati.
Dentro l’Ue sarà evidente che senza autonomia e diversificazione – sia energetica che di difesa – faremmo la fine del Golfo, ma senza manco il petrolio. Quindi si procederà a passo di carica verso l’integrazione, anche con il Regno Unito. Chi ci sta ci sta e chi non ci sta, pace all’anima sua. Sarebbe questo un tema di discussione politica, posto che l’Italia non sarebbe stata, non sarebbe e non sarà senza l’ancoraggio europeo. Sempre che resti tempo, fra riforme del sistema elettorale e primarie.
Davide Giacalone, La Ragione 9 aprile 2026
