Politica

Le dimissioni di un giudice costituzionale

Le dimissioni di un giudice costituzionale, che se ne va avvertendo che, secondo lui, l’autonomia della Corte è minacciata, sono un fatto gravissimo, in nessun modo derubricabile ad episodio di normale dialettica politica ed istituzionale.

Tanto più che il contesto nel quale sono state presentate era stato da noi anticipato, avvertendo del problema che si apre con la raccolta delle firme iniziata lo scorso 24 aprile.
Se un congruo numero di cittadini manifesteranno il desiderio di convocare i referendum, ambedue le coalizioni subiranno una conseguenza negativa perché nello stesso momento in cui il premio elettorale non andrà più alle coalizioni (come prevede l’attuale legge elettorale e come prevedeva la precedente), ma ai singoli partiti (come prevede uno dei quesiti), le coalizioni esistenti si sfasciano. E si sfasciano proprio perché sono coalizioni elettorali e non politiche. C’è, dunque, un vasto interesse ad evitare che i referendum si tengano. Come?
Si può evitare il referendum riformando la legge elettorale. Ma non è semplice e, del resto, gli esatti contorni della bozza che il ministro Chiti ha elaborato per il governo non si conoscono, e ciò perché non appena saranno noti alcuni gruppi della maggioranza manifesteranno il loro totale disaccordo. Non è un caso, del resto, che a firmare per i referendum si siano già recati dei ministri.
L’altro modo per evitare i referendum è quello di tenere al loro posto le elezioni anticipate, in questo modo spostandoli di un anno e sperando che il nuovo Parlamento consenta la creazione di una maggioranza trasversale che modifichi la legge. Rimedio, questo, che naturalmente non piace all’attuale maggioranza ma anche, in più, ha il difetto di costringere all’utilizzo di un sistema elettorale che non piace più neanche a chi lo volle. Il terzo modo è che sia la Corte Costituzionale a cavare le castagne dal fuoco, giudicando inammissibili tutti o parte dei quesiti. Il giudice dimissionario denuncia pressioni perché le cose vadano in questo senso.
Sono convinto che, in passato, la Corte abbia ammesso quesiti sui quali si poteva molto discutere, ma lo ha fatto. Credo che, ora, non potrebbe adottare condotta diversa senza lasciar pensare di avere emesso un verdetto troppo politico. E’ segno di una certa incoscienza che si prema in tal senso. Le dimissioni, inoltre, segnalano che, a giudizio del dimissionario, non solo le pressioni esistono, e, del resto, sono state anche pubbliche, ma che queste trovino un certo ascolto presso i colleghi. Ed anche questo è un fatto gravissimo.
Da molto tempo segnaliamo la necessità che il mondo politico prenda più seriamente atto della grave crisi istituzionale, che avvii una stagione costituente destinata a riscrivere le regole della convivenza civile, politica ed istituzionale. La politica non sembra in grado di andare in questa direzione, i vincoli di coalizione sono troppo forti, la voglia di durare, anche senza governare, è prevalente. Ma attenzione a non scassare le istituzioni che ci sono. E’ questo il rischio che si corre.

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