Politica

Liberarsi

giacalone editoriale la ragione 13 gennaio

Altri due italiani sono stati sottratti al carcere venezuelano. Ne siamo felici, compiacendoci per il lavoro svolto dal governo italiano. A determinare tali esiti – almeno nei tempi e nella forma – è stata l’iniziativa americana di porre fine al governo di Maduro, pur lasciandolo ai suoi sodali.

In questi stessi giorni, nel 2025, si otteneva la liberazione di Cecilia Sala, detenuta nelle carceri iraniane. Anche quella fu l’occasione per tirare un sospiro di sollievo. Il che non ci esime dal ricordare che allora non furono liberati gli iraniani, così come ora non sono stati liberati i venezuelani. Si deve fare molta attenzione nel trattare materie come la libertà e il realismo politico, affinché il non avere la forza di liberare il mondo dai dispotismi non comporti la debolezza di considerarli accettabili.

Il Venezuela è un Paese potenzialmente assai ricco, ma ridotto in miseria. L’oppressione impoverisce. Sorte simile tocca all’Iran, dove oggi muoiono ammazzati a centinaia pur di manifestare contro il regime bestemmiatore che li opprime. Iran e Venezuela hanno in comune anche l’essere parte degli Stati canaglia che affiancano la Russia di Putin e da questa erano affiancati e protetti. Quel che accade, ricordando anche la Siria, è un’ulteriore dimostrazione di quanto la Russia si sia indebolita. Iraniani e venezuelani, a loro volta, hanno in comune il volere vivere come viviamo noi europei, avere la nostra libertà e un mercato in cui il peso degli affari sia superiore a quello delle armi.

Questo spiega il perché non abbiamo piazze che si riempiono per manifestare la solidarietà e il sostegno agli iraniani e ai venezuelani. Semmai ne abbiamo di piccole e ridicole che solidarizzano con Maduro. Non è un mistero imperscrutabile, è semplice: si protesta quando serve ad attaccare il proprio governo o direttamente il proprio mondo, mentre non si manifesta al fianco di chi vorrebbe vivere come viviamo nel nostro mondo. In tale meccanismo c’è tutto il profondo egoismo ed eurocentrismo di chi credere d’essere altruista e terzomondista.

Noi democrazie occidentali, del resto, non abbiamo il potere di cancellare le dittature dalla storia (taluna la producemmo), ma i democratici hanno il dovere di sentire che la menomazione della libertà di altri è una menomazione della propria libertà. Il dovere. E se non lo sentono, è segno che hanno già esaurito il carburante ideale che gli errori commessi in passato avevano fornito loro. La nostra politica estera, la nostra considerazione del ruolo nel mondo non possono che essere dominate dalla tensione ideale e guidate dal realismo politico. Disporre solo degli ideali ci trasformerebbe in predicatori, concedere troppo al realismo e agli interessi ci farebbe essere dei profittatori. Per questa ragione i cantori dell’idealismo e quelli dell’affarismo sono solo stonati interpreti di un mondo afono e con la sconfitta iscritta nel tempo presente e a venire. L’equilibrio fra le due cose si sposta di continuo e replica quello instabile fra l’uso del diritto e quello della forza.

Attraversare un confine è sempre formalmente una violazione della sovranità altrui, ma farlo per interesse immediato o farlo per offrire sostegno alla libertà altrui non è la stessa cosa. Puntare, come fa Putin, al crollo del governo ucraino e puntare, come facciamo noi, a quello del governo iraniano possono sembrare obiettivi simili, ma sono l’opposto.

Oggi festeggiamo la liberazione di due connazionali, come ieri festeggiammo per altri. Se non vogliamo fare la festa al nostro stesso mondo, però, dobbiamo sempre ricordare che si negozia con tutti e la diplomazia serve a non spezzare il filo del dialogo anche quando c’è poco da dirsi, ma la voce del mondo libero deve essere al fianco di chi lotta per liberarsi. Come lungamente fecero donne uomini nei nostri Paesi e della nostra Italia, persone che apparivano perdenti, destinate alle galere o alla morte, su cui realisticamente non valeva la pena scommettere. Si dimostrarono vincenti, perché avevano ragione.

Davide Giacalone, La Ragione 13 gennaio 2025

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