Politica

Libertinaggio e pubblica morale

Le vie della morale sono infinite, ma talora smarriscono quelle della ragione e dell’etica. I vescovi condannano il libertinaggio, così come fanno anche i rabbini e gli imam. Nel pensiero religioso monoteista il sesso è lecito nel matrimonio e finalizzato alla procreazione. Talora i fedeli si distraggono e le beghine d’un tempo lamentavano, in confessionale, anche l’esuberanza dei mariti, ma, insomma, ciò dimostra che anche quelle dell’ipocrisia sono vie plurime. I vescovi italiani hanno un problema in più: quasi tutto il mondo politico che fa loro riferimento, che si sgola a sostenere il valore sacro della famiglia, s’è lasciato prendere da un eccesso di sacramento, e di famiglie ne ha diverse.
Le convinzioni religiose influenzano la vita di ciascuno, compresa quella del legislatore e del governante, ma la morale pubblica non è quella religiosa, non foss’altro perché in uno Stato laico convivono credi diversi. Nella vita collettiva non si fa valere il peccato, ma il reato. Se c’è, e se non c’è ciascuno fa quello che gli pare. Qui, però, si nasconde un micidiale fraintendimento, perché non è vero che il privato è sempre irrilevante per il pubblico, e non è vero che siamo tutti uguali. Lo siamo davanti alla legge, ma, nello scegliere chi deve comandare, le democrazie dovrebbero selezionare i migliori. E’ vero che il pizzicagnolo può fare il cascamorto con chi gli pare, dovendosela vedere solo con la consorte, ed è vero che la fioraia può essere mossa da indomabile generosità, ma il primo non lo faccio capo di Stato ed alla seconda non affido le politiche per la famiglia. Selezionando i migliori si dovrebbero scegliere quelli che sanno tenere a bada l’ira quanto la commozione, dominando la forza quanto la libido. E’ vero che Monica e la mentina non potevano arrecare danni governativi, ma lo stato emotivo di un presidente che rovinava sigari sì. E questa è etica pubblica, laica.
Se avesse vinto Machiavelli l’Italia sarebbe diversa, ed anche noi chiederemmo al principe d’essere virtuoso nei fini, benché cinico nei mezzi. Invece l’ha spuntata Guicciardini, con il suo dannato “particulare”, sicché capita che un potente sia ammirato non per il servizio che rende, ma per le libertà che si prende, o detestato per quelle. In ambo i casi affondando la morale repubblicana.

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