Politica • Economia

Licenziosi

Illustrazione con sfondo blu e grande lettera “L” bianca al centro, da cui emerge una figura con abito nero in movimento; in basso il titolo “Licenziosi” di Davide Giacalone.

Un passo nel vuoto sperando di fare il pieno. Le cose che si sentono sul bilancio pubblico, sul deficit e sulla sospensione dell’europeo Patto di stabilità e crescita sembrano avere perso il comune senso del pudore. Un dibattito fra licenziosi privi di pensieri sensuali.

Riassunto: dalla procedura d’infrazione, per eccesso di deficit, era stabilito che si uscisse nel 2027, quindi con i conti pubblici del 2026; l’obiettivo è conseguibile, ma nel corso del 2025 è sembrato che si potesse contenere il deficit entro il 3% già quest’anno; le cose sono andate diversamente e, per uno scostamento dello 0,7%, l’appuntamento è rinviato alla sua scadenza originaria. Un peccato, ma non un dramma. Quel che è successo dopo è teatro dell’assurdo.

Il governo, e in particolar modo il Ministero dell’Economia, piange sull’occasione mancata. Anche se farebbe meglio a piangere sull’avere perso il controllo dei conti, che potevano portare al risultato desiderato, senza per questo rivolgere all’Istat l’oscena sollecitazione a falsificare i dati (la via greca alla bancarotta). È andata così, solo che – anziché dire che ci si è andati vicini e che quest’anno l’obiettivo sarà centrato – si sono messi a dire che ora si deve poter essere più liberi di fare deficit maggiore e far così crescere i debiti. Non ha senso. Non si può frignare per uno 0,7% sfuggito al controllo e da questo dedurre che ora tanto vale sforare alla grande, perché questa sarebbe la linea politica opposta, in capo alle stesse persone. O hanno fatto bene a provarci, quindi farebbero male a sfasciare, oppure hanno fatto male a provarci e allora non si capisce di che si lamentano.

L’opposizione prende quello 0,7% come dimostrazione del fallimento del governo. Esagerato, ma comprensibile. Visto che il governo ha fallito nel limitare il debito, adesso argomentano che dovrebbe avere il coraggio di farlo lievitare alla grande. O contesti il fallimento nella limitazione o proponi la lievitazione. Altrimenti dovresti prima complimentarti con il governo per avere speso più del previsto (peraltro per aver dovuto fare fronte a spese prevedibili e attribuibili a scelte fatte quando questa opposizione era al governo).

Intanto Orsini (Confindustria) e Landini (Cgil) inaugurano la stagione degli indebitamenti paralleli, sostenendo che si debba fare più debito europeo e per gli investimenti. Non si sono accorti che giusto due giorni addietro l’Unione Europea ha decretato una nuova apertura di debito comune (la terza), destinata a finanziare da una parte la resistenza e dall’altra la ricostruzione dell’Ucraina. Ricostruzione che sarà per la grande parte a cura di operatori economici europei. Desiderano anche una spintarella per partecipare a quel lavoro? Hanno dimenticato che imprese ed economie sane competono nel creare ricchezza, non nel chiederla ai contribuenti.

Per quali investimenti? L’Italia è il principale beneficiario dei fondi europei Next Generation Eu, alimentati con la seconda occasione di debito comune. Quell’enorme boccone è ancora in corso di masticazione che già si chiede di avere altre pietanze. O è un suicidio à la Capannelle (“I soliti ignoti”) o è una menzogna, facendo finta che siano investimenti i bonus, i ristori e gli sgravi. Che sono spesa corrente. Vero che abbiamo energia troppo cara, ma allora gli investimenti dovrebbero essere diretti verso le centrali nucleari. Lo dicano, mettendo in mora il governo. Non lo dicono? Piagnonismo sterile.

Provate a guardare quest’asta al rialzo delle pretese con gli occhi dei contribuenti europei (i nostri compresi) che con i loro soldi garantiscono quelli raccolti con il debito comune: c’è il rischio che la franchezza tracimi in turpiloquio.

Questi sono passi nel vuoto con cui chi fa politica spera di fare il pieno di voti, chi fa impresa spera di fare il pieno di contributi, chi fa sindacato spera di fare il pieno di consensi disinformati. E chi paga (veramente) le tasse ne ha già piene le scatole e svuotate le tasche.

Davide Giacalone, La Ragione 25 aprile 2026

 

Condividi questo articolo