Politica

L’Iran ed il debole G8

L’eco delle grida e degli spari, dalle piazze di Teheran, è arrivata fioca sulle rive di Trieste. Non ha pesato solo la posizione dei russi, pronti a comprendere le ragioni della dittatura teocratica che, per ragioni interne al mondo ed alla storia islamica, è distante e diffidente rispetto alle proteste dei mussulmani che devono

vedersela con il governo di Mosca. Non ci sono state solo le orrende parole del ministro Lavrov, che ha intimato di “non intervenire negli affari interni iraniani”. Le ragioni dei diritti umani, del resto, non sono in cima alle priorità che ispirano l’antico espansionismo russo, capace di pervadere sistemi politici apparentemente opposti. No, se le parole del G8, dei ministri degli esteri dei Paesi più ricchi e potenti del mondo, sono state inferiori alla media delle singole posizioni nazionali, la ragione è più profonda.
Hanno “deplorato le violenze”, e non ci voleva molto. Ma hanno anche invitato a risolvere la questione delle elezioni contestate, delle piazze che ribollono, facendo appello al “dialogo democratico”. Merce non in commercio, in un Iran ancora dominato dal consiglio dei guardiani. Merce non disponibile, visto che l’ayatollah Ali Khamenei ha già detto l’ultima parola: le elezioni sono state regolari. Merce pericolosa, perché Moussavi invita alla continuazione della protesta ed i ragazzi sono pronti a perdere la vita, pur di non perdere la speranza. E se il comunicato finale del G8 è a dir poco moscio, in tema di libertà e rispetto del dissenso, giunge ad essere grottesco nel capitolo relativo alla proliferazione nucleare, condannando duramente, e giustamente, la condotta della Corea del Nord, ma invitando alla via diplomatica per quel che riguarda l’Iran. Più che attaccare l’Iran, quindi, da Trieste si sono redarguiti gli israeliani e morso la lingua di Netanyahu, che aveva chiesto: se non li attacchiamo e fermiamo ora, che c’è un movimento iraniano d’opposizione, quando mai lo faremo? I russi fremono, si sa, ma sono gli altri sette ad essere rimasti inerti.
A seguire la dottrina triestina gli iraniani potranno continuare nel loro programma nucleare, almeno fino a quando non sarà troppo tardi, e potranno affogare nel sangue le proteste, giacché per sostenerle ed offrire loro una sponda è sembrato essere ancora troppo presto. Poteva andare diversamente? Noi, popoli del G8, e noi italiani, principale partner commerciale dell’Iran, abbiamo il dovere di chiedercelo.
Quando il regime teocratico s’insediò, in Europa si festeggiava. Khomeini arrivò dalla Francia, dove era stato ospitato e coccolato, come un liberatore. La sua ascesa commosse gran parte dell’intellettualità europea, specie latina, come sempre affascinata dalle battaglie antiamericane, che aveva riso e goduto nel vedere gli elicotteri di Carter farsi a pezzi fra di loro, che trovava saggio e giusto dire il peggio possibile della Savac, la polizia politica dello Scià. Il regno del pavone meritava la condanna, certo, ma molti non capirono, e ancora si rifiutano di capire, che il regime teocratico è ispirato ad un’ottusità aggressiva che prima ha massacrato il proprio popolo e poi è divenuta una minaccia per il mondo. Ci piace sentirci cinici, perché commerciamo in macchinari ed importiamo petrolio, come se dall’altra parte vi fossero dittatori pragmatici, carogne ma razionali. Errore, sono accecati dal pregiudizio anti occidentale, sono pazzi di fanatismo.
Il regime ha ancora forza e consensi, ma c’è una popolazione, prevalentemente giovani, che prima di partecipare al proprio funerale ha già celebrato quello degli ayatollah. Quei ragazzi che gridano a volto scoperto, quelle ragazze con i capelli scoperti, le unghie laccate ed i vestiti colorati, anche quando sono costretti ad affogare nel proprio sangue, testimoniano della fine. E’ finita la paura, e se una ragazza muore un’altra la riprende con il cellulare, inviando le immagini al mondo.
Noi possiamo scegliere: essere interlocutori di questa gente, oppure baloccarci con rilevanti affari e salvare la coscienza invitando i carnefici al “dialogo democratico”. Ci sono comunque dei rischi, molto alti. La via scelta, però, fa impressione.

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