Politica

L’opposto di Ventotene

Quel che va in scena a Ventotene è l’opposto di Ventotene. Un vertice a tre non è il superamento dei nazionalismi, ma il loro trionfo nel governo dell’Europa. Oggi possono essere prese le migliori decisioni possibili (ci credo poco, ma magari), senza che questo cancelli l’errore insito nel modello: se l’Unione europea arranca priva di spinta morale e visione politica, lo si deve alla scelta di usare lo strumento degli incontri intergovernativi, usurpazioni delle istituzioni europee.

L’Unione è composta da 27 o 28 Paesi (neanche questo è più chiaro, visto che il Regno Unito ne fa parte anche dopo avere deciso di non farne parte). Le sue istituzioni sono complicate, ma fare vertici ristretti non è una scorciatoia, semmai taglia la strada al cammino dell’integrazione. Quando si annuncia di un vertice fra Francia e Germania, per decidere questo o quello, sui giornali italiani leggiamo: siamo stati esclusi. Non cambia nulla, se i vertici si fanno a tre: siamo stati inclusi perché abbiamo invitato gli altri due a casa nostra, ma ne restano 24 a casa loro. Non funziona e non funzionerà mai. Peggio ancora se si annuncia: parleranno di come gestire Brexit. Se ne parleranno in tre significa che le istituzioni dell’Unione non contano nulla. Se anche invitano un loro rappresentante, resta il fatto che quest’ultimo s’è recato al cospetto dei “grandi”. L’opposto di quel che si voleva, con il Manifesto di Ventotene.

Non solo  si potrebbe fare diversamente, ma quando lo si fa funziona bene. L’esempio è la Banca centrale europea: è regolata dai trattati, ha un sistema di funzionamento chiaro, le decisioni vengono prese a maggioranza. Se due o tre governatori centrali s’incontrassero per i fatti loro, proponendosi di occuparsi delle decisioni di tutti, sarebbe uno scandalo. Giustamente (certe cose, se si fanno, si fanno riservatamente, non con la fanfara). Avendo regole e rispettandole la Bce funziona bene, e faccio marginalmente osservare che è anche il solo posto in cui i tedeschi sono finiti in minoranza. Non ho nulla contro i tedeschi (anzi), ma ciò dimostra quanto l’Europa che funziona non va a rimorchio di nessuno.

Da europeista sono allergico alla retorica euroinsipiente. Il contesto storico (e umano) in cui nacque il Manifesto andrebbe meglio conosciuto, per rendersi conto che non furono applausi, ma attacchi. Non solo al confino fascista, anche dopo. Ma visto che oggi Hollande, Merkel e Renzi s’incontrano, anziché sbrodolare frasi di circostanza, una cosa buona possono farla: ricordare di quanto Altiero Spinelli nel primo Parlamento europeo eletto a suffragio universale (1982 – 1984) prese l’iniziativa e non usò quel posto come tribuna per vuote parole, ma agguantò l’occasione per fare di quell’Assemblea una sede costituente. Ne venne fuori un testo, votato a larga maggioranza, di qualità migliore sia del trattato di Maastricht che della successiva, e abortita, Costituzione. Gli eletti funzionano meglio dei saggi (o presunti tali), in democrazia. Furono gli Stati a bloccarlo. E la storia europea è sempre ferma allo stesso punto: i francesi che bloccano l’integrazione politica, i tedeschi che irrigidiscono quella monetaria e gli italiani che si barcamenano.

Ha un senso, essere a Ventotene, se serve a dire: abbiamo sbagliato, il sistema intergovernativo va abbandonato, riprendiamo il lavoro che avviammo avendo due grandi paure: quella della guerra appena finita e quella della guerra che poteva scoppiare, contro l’impero comunista. Ha senso dire: sappiamo agire per convinzione e convenienza, non solo per paura. Se non ci sarà questo, a Ventotene, il resto sarà passeggera inutilità.

Pubblicato da Il Giornale

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