Politica

L’ovvio e l’incapacità

Ci sono cose che vivono nel regno dell’ovvio. La prima è che la magistratura è dominata da una minoranza rissosa e politicizzata, mentre il corpaccione è composto da persone anche brave, ma che tirano a campare senza per questo ammazzarsi di lavoro. La seconda è che i parlamentari sono troppi, il processo legislativo lento ed anacronistico, salvo sfornare, a raffica, leggine illeggibili. E, fin qui, siamo nell’ovvio, in quel che ciascuno, purché dotato di ragionevolezza, sa essere inconfutabilmente vero. Da qui in poi s’entra nell’inconcludenza propagandistica.
Proclamare la prima ovvietà, secondo il parassita giustizialista che succhia il sangue alla sinistra, equivale a smontare lo stato di diritto, asservire la magistratura, cancellare la legge. Come se esistesse il diritto e la sua civiltà nel Paese più condannato per violazioni dell’uno e dell’altra. Come se si potesse minacciare l’indipendenza di una magistratura che dipende totalmente da lotte di corrente. Al contempo, la tenia immobilista che alberga nell’intestino del centro destra preferisce utilizzare lo sfascio per mettere in luce le responsabilità dei rossi, dimenticando che quando si ha la maggioranza e si governa si ha il dovere di riformare, e non il diritto di lamentarsi, come se si fosse al bar.
Desta scandalo anche la seconda ovvietà, suscitando reazioni risentite ed acide, sia a sinistra che a destra, tutte tese a tutelare dignità e funzione del Parlamento. Salvo mandarci un discreto branco di famigli, accuratamente selezionati per amicizia ed irrilevanza politica, di modo che in questo cuore pulsante della democrazia non si trovi a passare qualcuno che abbia in mente di dire la propria, far valere il proprio voto, manifestare un eventuale dissenso. Tutta gente che poi si riversa nel ciondolare inutile, ma ben vestito, di corridoi, vicoli e, all’ora del desinare, di ristoranti. Quasi tutti dimentichi che il numero dei parlamentari fu già ridotto, salvo l’attacco referendario contro tale decisione, portato da sinistra, e l’abbandono della battaglia, da destra. Così il non voto popolare cancellò tutto, nel disinteresse degli italiani.
In ciò, effettivamente, gli uni meritano gli altri: gli elettori gli eletti, e gli eletti fra di loro. Gli uni somigliano agli altri, che, giustamente, detestano.

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