Dalle stanze del governo provano a metterci una pezza, ma finisce con l’essere più evidente del buco. Quel che provano a sostenere è che il linguaggio di Salvini è imbarazzante o inaccettabile, eppure, sebbene nel modo sbagliato, egli afferma una cosa su cui sono tutti concordi: non intendiamo inviare nostri militari in Ucraina. Ma è falso.
La ragione per cui Salvini offende costantemente il presidente francese risiede sia nell’antieuropeismo che nel putinismo del capo leghista, ma, soprattutto, risiede nel volere creare problemi a Meloni, che è un bersaglio più alla sua portata. Chi oggi è presidente del Consiglio diceva più o meno le stesse, quando era solo alla guida di un partito. Anche Meloni cercava il consenso per contrapposizione, ma non all’interno della coalizione di destra e non per attaccare i governi di cui faceva parte.
Preso dall’entusiasmo Salvini ha anche detto che quando i militari italiani sono andati in Russia le cose sono finite male. Probabilmente si riferisce all’Armir (memorabile il libro di Giulio Bedeschi: Centomila gavette di ghiaccio), il che comporta un suggestivo accostamento del governo attuale a quello fascista. Ma la storia è beffarda con chi la maneggia incautamente, giacché non solo in Russia andò benissimo – con riconoscimenti internazionali alla condotta e al coraggio italiani -, ma servì anche a propiziare la marcia verso l’Unità e indipendenza nazionali. La beffa storica diventa anche bruciante se si pensa che si andò a combattere al fianco dei francesi, degli inglesi e dei turchi, allo scopo di evitare che la Russia e lo zar prendessero la Crimea, nell’omonima guerra. La medesima Crimea di cui Salvini e i suoi festeggiarono la presa da parte dello zar e della Russia. Una specie di sovranismo al servizio del sovrano altrui.
Tutto ciò ha le motivazioni che si sono ricordate. Ma come fanno i suoi colleghi di governo a dire che condividono il rifiuto di inviare militari in Ucraina? Il nostro governo ha formalmente proposto di estendere l’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica all’Ucraina, anche senza che debba prima entrare nella Nato. Ciò significa che noi abbiamo proposto di essere pronti a mandare le Forze Armate in Ucraina, ma non a controllare che la pace sia rispettata, bensì a prendere parte alla guerra nel caso la Russia tornasse ad attaccare. Il senso della proposta è quello di creare una deterrenza che disincentivi Putin dal provarci nuovamente, ma la sua sostanza è proprio quella di considerare non solo possibile, ma doveroso mandare i militari in Ucraina.
Lo stesso ministro degli Esteri, Tajani, dopo avere ribadito quel che non è poi così solido, tanto che si deve ribadirlo, ovvero che la politica estera la fanno Meloni e lui, ha aggiunto che noi non manderemo militari in Ucraina, ma potremmo collaborare mandando gli sminatori. Che sono militari e che si afferma vorremmo mandare in Ucraina. Quei militari avrebbero delle regole d’ingaggio e sarebbero pronti a sparare e non solo a sminare, se fossero attaccati.
Il tutto, evidentemente, all’indomani di una pace che, per ora, non si vede neanche da lontano. Ci parve evidente e speravamo di sbagliare, ma fin qui ci sono solo conferme che l’intervento di Trump è stato un ennesimo favore fatto a Putin. Ma non risulta che il presidente Macron abbia proposto di entrare anche noi in guerra, anche quella dei militari è un’ipotesi che segue e non precede la pace. E si può ben discutere se sia conveniente o addirittura possibile presidiare un confine così lungo o, piuttosto, promettere di entrare in guerra qualora venga ancora violato. Ma no, non si può dire che ciò esclude l’invio di militari, perché invece esplicitamente lo prevede.
Sono questioni che misurano con la chiarezza e la coerenza la moralità della politica. Non si può nascondere la testa e quel che si pensa. Un governo può reggere l’ambiguità di una sua componente, ma se prova ad assorbirne l’impatto fingendo che vi sia un inesistente accordo arreca una danno notevole all’Italia, che ne sarebbe minata.
Davide Giacalone, La Ragione 26 agosto 2025
