Politica

Mutanti

giacalone editoriale la ragione 4 aprile
La politica estera guida gli equilibri della politica interna. Da noi questo ha un significato ulteriore: avere (false) coalizioni divise proprio sulla politica estera è un elemento di debolezza. Capita così che mentre la sinistra ancora non ha scelto il modo e il tempo con cui sceglierà a chi affidare la guida del proprio conglomerato, una scelta l’hanno già fatta alla Casa Bianca e l’ha fatta anche il “Corriere della Sera”: hanno scelto Giuseppe Conte.
Nessuno può credere che l’incontro fra chi guida il Movimento 5 Stelle e Paolo Zampolli (massiccio “rappresentante speciale degli Stati Uniti per le partnership globali”, qualsiasi cosa significhi) sia stato scoperto, perché si sono visti al ristorante appositamente per farsi vedere. E farsi vedere è stato il contenuto principale del loro incontro. Zampolli, quale fiduciario di Donald Trump, ci ha tenuto a far sapere che non sa neanche chi sia Elly Schlein, sebbene sia una cittadina statunitense.
Ozioso chiedersi come possano così piccioneggiare gli Usa di Trump con chi guida una forza che fu orgogliosamente chavista e mossasi a difesa di Maduro, giacché ciò è irrilevante: quel che serve lo devono fare qui, non in Venezuela. Non meno da perditempo è chiedersi come abbia potuto Conte, suscitando l’entusiasmo di Matteo Renzi, passare dal reclamare la cessazione dell’invio di armi all’Ucraina al proclamare che non si debba abbandonarla e anzi continuare a difenderla. La prima posizione serviva a fregare il Partito democratico e la seconda a finire di fregarlo dimostrandosi affidabile per il governo. Gli osservatori di via Solferino – prima Paolo Mieli e poi Antonio Polito – hanno mangiato la foglia, condita con la consapevolezza che la segretaria democratica risulta assai meno votabile del cangiante pentastellato. Del resto già non la votarono gli stessi iscritti al Pd.
Eviterò di fare osservazioni dettate dal deprecabile moralismo, la cui antica marca azionista è per taluni motivo d’orgoglio e per i più evidenza d’inadeguatezza alla politica, sicché ci s’acconcia a valutare i mutanti con l’ammirazione per le loro capacità trasformistiche, in assonanza perfetta con la storia politica italiana. E del resto, è giusto che la sinistra paghi il suo trasformismo testardamente autolesionista, che paghi l’avere abbandonato la pluridecennale battaglia a favore della separazione delle carriere dei magistrati per abbracciare una vittoria che la porterà alla sconfitta, è giusto che paghi l’avere tagliato la propria ala riformista (che votò a favore di quella giusta riforma), così impedendosi di volare e condannandosi a saltabeccare appresso all’astuto erede del grillismo, benché diseredato dal suo fondatore.
Non va dimenticato che anche a destra si produsse lo stesso fenomeno: Giorgia Meloni aveva ribaltato la propria posizione sull’Ucraina (era stata dalla parte di Putin al tempo della Crimea), nel mentre era all’opposizione di un governo (Draghi) che era stato capace di fare dell’Italia una guida europea in quello sciagurato conflitto. E anche Meloni ha lungamente fatto finta – come ora prova a fare Conte – che si potesse festeggiare Trump e difendere gli interessi italiani, favoriti dall’Unione Europea. La stessa Meloni che s’è prestata a fare la campagna elettorale per la più efficiente quinta colonna di Putin e Trump: Orbán. I mutanti sono tanti e il guaio italiano è che molti pensano d’essere smagati politici divenendo loro seguaci per succhiare la ruota del vincente di turno.
In questo festival camaleontico, però, ci si ricordi che l’interesse dell’Italia – per civiltà, sicurezza e convenienza – è stare il più dentro possibile la più veloce possibile integrazione europea. Ed è lì che cascano gli asini mutanti, lì che si dimostrano deficienti quanti potrebbero affrancarsene: non trovano il coraggio e la lucidità di chiarire agli italiani il nostro comune interesse, preferendo mugugnare e scaricare altrove le colpe nazionali. Il che porta poi a festeggiare il trasformismo e a spianare la strada ai mutanti.
Davide Giacalone, La Ragione 3 aprile 2026
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