Politica

Onorificenze

maresciallo tito

Dietro un fatto apparentemente marginale si nascondono un equivoco colossale e un imbarazzante riallineamento. Da quella che è una minuzia si può ben giungere alla conclusione che per esercitare egemonia culturale non basta mettersi il ritratto di Antonio Gramsci dietro le spalle, ma occorre avere una testa funzionante sulle spalle.

Il fatto: parlamentari di Fratelli d’Italia, con alla testa il loro capogruppo, presentano una proposta di legge mirante a potere cancellare le onorificenze anche in capo ai morti. Che è lecito chiedersi: sicuri di non avere di meglio di cui occuparsi? Ma a loro questo sembra ben degno di attenzione giacché, ove la proposta divenisse legge, sarebbe possibile revocare l’onorificenza repubblicana (Cavaliere di Gran croce) rilasciata al maresciallo Josip Broz Tito, quando – correva l’anno 1970 – era a capo della Jugoslavia. A presiedere la Repubblica italiana era Giuseppe Saragat, esponente della Resistenza, già presidente dell’Assemblea costituente, uomo della sinistra che aveva scelto l’Occidente senza equivoci, al punto da rompere i rapporti con il resto della sinistra. Tito, dal canto suo, era un pari grado di un Paese guida dei ‘non allineati’ (come si chiamavano allora) ma anche colui che, a capo della Resistenza jugoslava, aveva praticato il crimine delle Foibe contro cittadini italiani. Da qui la richiesta di cancellare quel tributo a un uomo che, si dice ora, non lo meritava.

C’è un problema: gli esponenti della destra che ora fanno la proposta non si rendono conto d’essere pienamente nel solco della cancel culture che negli Stati Uniti si imputa alla sinistra, con ciò stesso dimostrando di subirne l’egemonia culturale. E non si vide mai un egemonizzato che sia capace d’egemonizzare qualcun altro, se non in una gara al ribasso del comprendonio. Gara in cui s’è subito impegnata una parte della sinistra, sfidando i proponenti a cancellare anche le onorificenze al cavalier Benito Mussolini. Peccato che quelle furono rilasciate dalla monarchia, sicché si tratterebbe di far rivivere il re per cancellarne le scelte, il che evoca un triplo salto carpiato che, se non mortale, è comunque nel regno dei morti.

Ma torniamo a Tito. Per carità di Patria non prendiamo in considerazione l’ipotesi che si voglia sostenere avesse torto a battersi contro il nazifascismo, laddove è sicuro che commise un crimine contro la popolazione civile italiana. Ma per comprenderne i tragici contorni occorrerà conoscere la storia dei contrasti in quell’area, comprese le persecuzioni fasciste contro i civili slavi. Conoscere non significa giustificare, mentre rifiutarsi di conoscere è sicuramente ingiustificabile. Ma, ed è questo il punto, l’onorificenza gli fu consegnata nel 1970, quando il crimine delle Foibe era conosciuto. In quel momento era ben lecito opporsi e protestare. Ma pensare di cancellarla post mortem, cinquantaquattro anni dopo, significa nient’altro che provare a cancellare una pagina di storia. Con i suoi onori e i suoi orrori, ma pur sempre una pagina di storia italiana che portò a quella decisione.

Occorre anche sapere che era (e suppongo sia) costume protocollare che, nel caso di visite di o a capi di Stato stranieri, ci si scambi reciproche onorificenze. Il che, talora, si allarga anche alla schiera dei più stretti collaboratori (peraltro evidenziandone in modo sadico la gerarchia). Se si vanno a prendere i registri di quelle insegne, ci si trova di tutto e, quindi, una volta che hai cominciato a cancellare la storia non saprai più dove fermarti, posto che si sarà certamente sbagliato a cominciare e si sarà non meno in errore ovunque si smetta.

Se non si fosse stati egemonizzati dalla cancel culture, dunque, si saprebbe che la storia si scrive e si riscrive e la scrivono in diversi in modo diverso, ma chi prova a cancellarla o è deficiente o è pericoloso. Putin è nella seconda categoria, fortunatamente è più affollata la prima. L’occasione, comunque, potrebbe essere buona per ripassare non tanto Tito quanto Saragat. Anche per prendere qualche lezione di democrazia e di atlantismo, che non guasta.

Davide Giacalone, La Ragione 23 febbraio 2024

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