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Palazzacci

Palazzacci

Quel che preoccupa non è ciò che divide la destra dalla sinistra ma ciò che le unisce, le volte in cui sembrano dire la stessa cosa, sebbene per darsi vicendevolmente addosso. È orribile la contrapposizione fra la piazza e il Parlamento, fra il popolo e il Palazzo. Non è sensato definire dispotico il premierato in sé. È dissennato glorificarlo quale strumento per farla finita con «i giochi di Palazzo», specie se lo si dice da inquilini permanenti del citato (a sproposito) Palazzo. La radice di questi atteggiamenti è l’antiparlamentarismo, l’insofferenza per le regole e i tempi della democrazia, che è poi la colpa di cui si macchiò una parte della cultura negli anni Venti del secolo scorso, salvo pentirsene troppo tardi.

Le riforme costituzionali sono regolate dall’articolo 138 della Costituzione. Una volta che lo si rispetta le riforme sono legittime e democratiche. Ciò non toglie che possano essere delle schifezze, come la riforma del Titolo V che la sinistra volle fare nel 2001. E come anche il premierato che si sta discutendo, con un testo che non ha né capo né coda, che introduce un’elezione diretta sconosciuta sia nella teoria che nella pratica, i cui contorni più rilevanti – come il sistema per eleggere cotanto premier – si conosceranno soltanto dopo. Ma il giudizio di merito, ovvero che siano delle schifezze, nulla toglie alla legittimità di metodo. Gli oppositori si diano quindi una calmata e una svegliata. Smettano di evocare il fascismo (specie andando in piazza con i pentastellati che furono i prìncipi dell’antiparlamentarismo, sicché della chiamata populista contro la democrazia) e comincino a fare politica.

Da dentro la maggioranza sono giunti segnali inequivocabili, che depongono a favore di una profonda modifica di quel testo. Voci autorevoli di studiosi e di parlamentari della destra, o non ostili alla destra, sono state severe verso un testo scombiccherato. Un ministro fra i più influenti, Guido Crosetto, ha anche suggerito la strada: lavoriamo alla riforma costituzionale sulla separazione delle carriere, poi si vede. Che significa: poi di questa cosa del premierato non se ne fa niente e la rimandiamo. Un’opposizione che voglia opporsi a quel che considera dannoso per il Paese e che non voglia perdere l’occasione per aprire falle nel vascello di maggioranza, ci si butta a pesce. A meno che… A meno che non sia ostile alla separazione delle carriere più di quanto sia ostile al premierato. Nel qual caso se ne certificano la subordinazione alla lobby togata, la perdita di spessore culturale e, di conseguenza, l’irrilevanza politica. Ove non debba essere stilato il certificato di morte cerebrale, c’è un buon terreno di lavoro politico e anche elettorale.

A destra facciano attenzione a quella brutta scivolata sul «Palazzo». Il populismo e la demagogia sono difficili da maneggiare senza farsi del male. A parte l’illusione che cancellare la conflittualità in verticale (eleggendo un capo) serva a contenere la conflittualità in orizzontale – ovvero ad assicurare una salda presa sulla società, laddove tanta storia insegna il contrario – riflettano sul fatto che gli italiani avrebbero eletto, trionfalmente e in rapida sequenza: Di Pietro, Berlusconi, Renzi, Salvini e ora Meloni. Considerato che il solo caso di continuità politica sarebbe potuto essere il passaggio da Berlusconi a Renzi (mentre gli altri sono uno l’opposto dell’altro), se ne deduce che non ci sarebbe stata nessuna stabilità ma una feroce conflittualità. Questo è il destino cui conduce il premierato sconclusionato. Ora ripassino il breve elenco e constatino che sono quasi tutti di destra. Sicuri che convenga loro mettersi sulla strada di far vincere l’antagonista del governo, come succede dal 1994 a oggi?

La stabilità non è data dal cementificare l’eletto ma dal far funzionare la democrazia, che ha bisogno dei partiti politici che interpretino la società. Da quando li si è liquidati si è entrati nel frullatore, con la distraente aggravante dell’egolatria.

Davide Giacalone, La Ragione 20 giugno 2024

 

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