Politica

Perché siano europee

Il maxisondaggio, a spese dello Stato, è in corso. Peserà, più che altro, negli equilibri interni alle coalizioni: i perdenti, ovvero il Pd, vedranno quanto sangue succhia loro un presunto alleato, mentre i vincenti, ovvero il Pdl, misureranno le preferenze del capo ed il peso della Lega. In altre parti d’Europa hanno già votato, tutti con lo sguardo rivolto verso l’ombelico. Oggi si completeranno le operazioni nel resto dell’Unione, senza che cambi la musica. La domanda è: c’è un modo per far diventare questa farsa elettorale uno strumento democratico per l’Europa?
C’è, e consiste nel votare veramente come cittadini europei, con collegi, partiti e candidati europei. Gli Stati dell’Unione hanno già ceduto sovranità nel governo della moneta e nel potere legislativo, solo che nessuna delle due cose è finita al Parlamento Europeo, che non può neanche proporre leggi, ma a signori che nessuno ha mai eletto. Indietro non si torna, e benché l’Europa realizzata sia a dir poco deludente, meglio andare avanti: dopo gli Stati siano i partiti, a cedere potere. Ciò porterebbe i leaders a candidarsi, talché si potrebbe scegliere fra l’Europa di Blair e quella di Merkel (preferirei la prima), mentre roba come Zapatero sarebbe considerata dialettale e se, a casa nostra, si continuasse a parlare di braghette non porteremmo a casa che il relativo contenuto.
Al termine della tornata elettorale il Pdl potrebbe essere il più votato fra i partiti aderenti ai Popolari Europei, che, essendo e restando, il gruppo parlamentare più forte, indicherà il presidente del Parlamento. Ciò apre la strada ad una candidatura italiana, cosa che dovremmo salutare con favore, se non fosse che per come nasce significa poco. In realtà, così come per i presidenti passati, si tratta di persone che emergono dalle alchimie degli schieramenti, senza avere reale dimensione europea. Ciò, di certo, non li aiuta ad avere peso. Vengono, inoltre, da partiti di cui gli altri europei non hanno potuto valutare e votare gli indirizzi politici, o che, magari, semplicemente non hanno una linea politica per quel che riguarda l’Europa.
E c’è ancora un aspetto: spesso le cancellerie tendono a far blocco, a riprodurre le logiche della storia e degli interessi, isolando i capi di governo che si disallineano, magari attendendo che i loro elettori li disarcionino. Se ci fosse un elettorato europeo quei leaders potrebbero rivolgersi agli europei, scavalcando i governi. La competizione darebbe valore al rito democratico, costringendo le rivalità ad uscire allo scoperto. Per noi italiani sarebbe una buona opportunità, sia per aspirare ad un ruolo continentale che per dare maggiore sostanza alle relazioni atlantiche, o con l’est europeo. Capisco l’avversità dell’asse franco-tedesco, abituato a menare la danza senza badare al cambio delle guide politiche, ma, appunto, è quella l’Europa con il fiato corto e pesante.
Finirebbe, infine, l’uso provinciale delle voci straniere, secondo l’adagio luogocomunista e fastidioso de: l’Europa ci considera ridicoli, il Mondo ci ride dietro, e così via andando, nel presupposto che l’Europa ed il Mondo siano rappresentati da amici personali che parlano un diverso idioma, meglio ancora se giornalisti. Berlusconi ha aspirazioni da protagonista, ovunque metta piede, ed un curriculum che dimostra, al di là di ogni possibile partigianeria, quanto sappia rendere reali le ambizioni. Così anche in politica estera e nello scacchiere europeo. Se fossero gli elettori, e non le redazioni o le lobbies, a potere esprimere un giudizio, il concetto di democrazia acquisterebbe un gusto meno equivoco.
Se si aprisse uno scenario di questo tipo avrebbero molto meno spazio i movimenti estremisti e folkloristici, troppo legati all’ambiente locale. Sarebbero costretti a maggiore coerenza i raggruppamenti europei. Esempio: quello che teoricamente, molto teoricamente, dovrebbe essere il mio, il liberaldemocratico (Eld), per l’Italia imbarca gente che non voterei nemmeno morto, e che di liberaldemocratico non ha neanche uno zio. Il maggiore peso del Pdl sarebbe costretto a tradursi in iniziativa propositiva, ed anche nella sinistra finirebbe l’oziosa discussione su quale sia l’internazionale di riferimento, ponendosi il più interessante tema di quale Europa si vuole e come si pensa meglio di realizzarla.
Si spingerebbero, così, gli elettori a votare “per” una certa idea d’Europa e non solo “contro” quel che li spaventa. Non vedo il pericolo che gli Stati meno popolosi siano cancellati, perché si offrirebbe ai loro politici una platea più ampia e si potrebbe adottare un sistema come quello statunitense, dove al Senato la California ed il Maine hanno gli stessi due senatori.
Insomma, se europee devono essere che europee siano, questa è la sfida ed il compito del futuro. Altrimenti l’Europa resterà soffocata fra i giganti economici asiatici, che hanno veri mercati continentali, ed il gigante politico statunitense, che ha una vera democrazia governante. L’Europa politica è ferma, e così sprofonda nell’inutilità.

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