Non si tratta soltanto di Ucraina, Groenlandia o Venezuela: quel che ci accade intorno ha a che vedere con poteri cui non basta considerarsi assoluti nel subordinare le persone, perché pretendono d’essere totalizzanti nell’occuparne le coscienze e nel sostituirne gli occhi.
La realtà è talora dura, ma quando viene falsificata diventa letale. Evocare paure o speranze – non importa quanto fondate – è una delle arti del politico, ma quando si spinge al racconto ribaltato della realtà, quando pretende che le sue parole prevalgano su quel che ciascuno può vedere, si entra in un’altra dimensione: si abbandona lo spazio politico e si entra in quello del mito, dell’allucinazione. Putin e Trump hanno, in questo, molto in comune e la longevità al potere del primo è possibile che desti l’ammirazione del secondo. Eppure, come le petroliere dimostrano, sono destinati a scontrarsi. Perché la loro pretesa è simile: esercitare il potere assoluto nel proprio podere. Ma confini e interessi non si fermano alla staccionata.
La polizia statunitense non è nota e non è stata migliaia di volte raffigurata, dagli americani stessi, per i suoi modi cortesi. Nella stessa città di Minneapolis, nel 2020, ammazzarono George Floyd soffocandolo a terra e con un ginocchio piantato nella schiena. Ma il tema non è la brutalità, perché allora (come in tantissimi altri casi) non si provò a negarla, semmai a giustificarla. Ed era ingiustificabile. Nella stessa città è stata uccisa una donna che si trovava dentro la sua macchina, manovrava con grande lentezza, non minacciava la vita di nessuno. Le immagini non ci danno il pregresso ma – qualsiasi cosa abbia detto o fatto prima – nel momento in cui è stata uccisa era certamente inoffensiva. È stata un’esecuzione. Ed ecco le parole di Trump: «Ho visto il video, è orribile da guardare. La donna alla guida dell’auto era molto turbolenta, ostacolava e opponeva resistenza, e poi ha investito violentemente, volontariamente e brutalmente l’agente dell’Ice (Immigration and customs enforcement, ndr.), che sembra averle sparato per legittima difesa». Non è un’interpretazione: è una falsificazione.
In condizioni simili un presidente diverso avrebbe auspicato che si facesse piena luce, magari riconfermando la fiducia nelle forze dell’ordine. Ma qui la partita è diversa, perché quegli agenti federali si trovano in città che li rifiutano. Militari e agenti federali dell’immigrazione sono stati dislocati laddove si voleva dimostrare che le autorità locali (democratiche) erano non soltanto incapaci ma anche complici del disordine e del crimine. E usando il tema dell’immigrazione s’è soffiato anche su sentimenti razzisti. Poi le cose scappano di mano e s’ammazza una donna bianca che difende gli immigrati. E se la Corte suprema (pur a maggioranza conservatrice) interviene, dopo molti altri giudici statali, considerando illegittime quelle presenze federali, ecco che si dice: le faremo tornare sotto altra forma.
Tutto ciò ha un solo significato: si vuole lo scontro, si soffia sul fuoco degli scontri. Vabbè, è una storia americana, affari loro che vedremo al cinema. Sbagliato. Perché quello è anche l’approccio alla politica internazionale: si cerca lo scontro, partendo dalla convinzione che, se si misura soltanto la forza, gli americani possano prevalere. In fondo il podere è il loro ranch, dentro i cui confini posso sparare e i cui confini s’allargano sparando o comprando. Almeno i film li hanno visti.
Questa logica è condivisa a Mosca (dove non c’è abbastanza forza) e a Pechino. Questo è il nostro problema. Possiamo coltivare gli orticelli nazionali, orgogliosi del pomodoro più succoso, ma rassegnandoci a non poterli difendere, restando accomodanti e accondiscendenti nella speranza che il ranchero accanto non beva troppo. O possiamo unirli in un podere europeo che faccia sentire il suo potere, smettendola di ripetere che siamo poveri e deboli, che fa fine intellettuale ed è da grossolano servile. Far finta di niente non è fra le opzioni promettenti.
Davide Giacalone, La Ragione 9 gennaio 2026
