Politica

Preventivo

Due passamontagna sovrapposti con macchie di colore rosso e arancione, simbolo del fermo preventivo e del dibattito su violenza, ordine pubblico e legalità.

A Torino la Polizia ha dato un’ottima prova di sé, mentre i gruppi organizzati di violenti non soltanto hanno dato pessima prova di loro ma hanno fatto quel che era scontato (e che anche gli altri partecipanti al corteo sapevano che sarebbe successo). Ora cerchiamo di non cadere tutti nel copione scontato e atteniamoci a quel che serve perché la violenza sia repressa. La repressione è necessaria, ma per ottenerla serve giustizia e non decreti tanto tonitruanti quanto destinati a restare nel vuoto.

La Polizia ha dato ottima prova di sé perché la funzione di tutela dell’ordine pubblico comprende anche il garantire che un corteo, una protesta o un comizio si possano tenere. Non ha nessuna importanza che si condividano o meno le ragioni di quel raduno: ne ha che si sia liberi di poterlo fare, pertanto le Forze dell’ordine tutelano anche la libertà dei manifestanti. Quanto a quelli di Torino, è ragionevole che reclamino spazi di aggregazione liberi da ogni dipendenza mentre non lo è che rivendichino legittimo l’appropriarsi di spazi e immobili altrui. Ci sono casi simili anche per l’estrema destra? Certo che sì, ma vanno sgomberati pure quelli. Questa è una richiesta seria, capace anche di mettere in imbarazzo e in mora un governo di destra. Che quelli del centro sociale torinese avrebbero messo a ferro e fuoco la città lo sapevamo tutti e lo abbiamo anche scritto. È un peccato che fra i manifestanti non vi sia stato chi abbia detto: se poi qualcuno sfascia o aggredisce, sia chiaro in anticipo che non lo fa a nome nostro.

La Polizia ha dato ottima prova di sé anche perché ha saputo tenere l’uso della forza in proporzione alla minaccia. Quei delinquenti cercavano l’incidente grave e non c’è ragione di collaborare con la loro demenza distruttiva.

La repressione ci vuole, ma consiste nel portare i presunti responsabili a un processo in cui i colpevoli siano puniti. E che la cosa si sappia, perché a far da pedagogia collettiva e deterrente non è che debba essere il morto in piazza (anzi), ma il conoscere in tempi ragionevoli i condannati. Quando c’incaponiamo a parlare della giustizia che non funziona parliamo di questo e non di un insipido scucuzzarsi con chi pensa d’avere vestito la toga per entrare in una corporazione autoreferente.

Serve una stretta alle leggi? Serve che funzioni la giustizia. E se è vero che le leggi si possono sempre perfezionare, è anche vero che cambiarle a ogni fatto di cronaca le peggiora e non le rende più severe. La legge Reale risale al 1975 e già proibiva di partecipare a manifestazioni pubbliche con passamontagna o caschi: non serve guardare nell’anima di chi vuole manifestare, è sufficiente guardarlo in faccia. Gli scudi penali sono paraventi ridicoli, piuttosto si ripeta a voce alta che un avviso di garanzia non è un annuncio di colpevolezza, che se c’è un morto per strada è ovvio che s’indaghi e se a sparare è stato un servitore dello Stato gli si pagherà l’assistenza legale. Ma dire che si è con le divise sempre e comunque equivale a dire che si è dalla parte degli assassini di Stefano Cucchi (c’è quindi anche l’apologia di reato), che erano in divisa e sono stati giustamente condannati.

In quanto al fermo preventivo, stiamo attenti. Anche se non hai commesso reati per cui dovresti stare in galera posso impedirti di andare allo stadio, visti i tuoi precedenti di violenza. Posso farlo perché la posta in gioco è bassa: una partita di calcio. Posso impedirti di prendere parte a una protesta o alla manifestazione di un dissenso (non importa quanto irragionevole)? La posta è troppo alta. Se hai precedenti e non commetti altri reati, accomodati. Se li hai e torni alla violenza sarà un’aggravante, ma la repressione sarà legittima in quanto opera della giustizia, non del governo o delle Forze dell’ordine.

La legalità si difende con la legalità. Il resto è propaganda.

Davide Giacalone, La Ragione 3 febbraio 2026

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