Politica

Prodi in ritirata

L’idea che Prodi si ritiri dalla vita politica è patetica, ma significativa. Fallito per la seconda volta, rinnegato dai suoi, dimenticato da chi gli fu vice, con Prodi esce di scena l’interprete, a sinistra, del berlusconismo formale. Berlusconi inventò la coalizione disomogenea, quella del “tutti contro gli altri”. Prodi è l’unico ad averla saputa utilizzare contro di lui, vincendo due volte. Con quello schema si è giocato per quattordici anni, pur essendo finito da ben prima.
Lo schema nuovo, però, non può essere quello del bipartitismo senza partiti, quali non sono né il Pd né il Pdl. La vecchia partita finisce senza un risultato, o con tutti sconfitti. Ma la nuova inizia senza che i giocatori abbiano identità politica. E ciò significa che non durerà, se non nell’immobilità perpetua. Detto in maniera più diretta: le culture e le posizioni politiche devono essere ripensate e rifondate, perché il vecchio s’è esaurito, ma il nuovo non si vede ancora.
Prodi è stato ministro nel 1978, da più di trent’anni calca la scena politica. Non è affatto l’unico, ma rimane pur sempre una patologia da sistema bloccato. Ci sono anche dei fenomeni, tipo Giuliano Amato che periodicamente si ritira definitivamente, salvo poi ricomparire sostenendo argomenti e schieramenti diversi. Dicono sia molto intelligente, a me pare solo molto, ma molto trasformista. In Spagna Aznar fu battuto (complice l’errata gestione di un attentato) dopo avere ben governato e ad un’età che da noi sarebbe considerata da esordiente. Eppure non si ricandida, non ripropone la stessa sfida e guarda ad altri impegni. E la Spagna è una democrazia ben più giovane della nostra, ma assai meno irrigidita dai conti con il passato, con una sinistra che non ha una storia da nascondere e di cui vergognarsi. Il nostro male politico ed istituzionale deriva e provoca altri mali, sociali ed economici. Anche culturali, diffondendo conformismo e viltà.
Non ho mai avuto in simpatia Prodi, ma neanche credo fosse la causa dei nostri mali. Ne era l’effetto. Il Paese è esausto dello stagnare, che non è solo produttivo. Ha energie in abbondanza per ripartire, ha i numeri per riprendere il cammino, ma tocca alla politica tracciare la rotta. Fin qui non si è navigato a vista, ma avendo al timone chi guardava all’indietro.

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