A Parigi si sono raggiunti due importanti successi: 1. sul fronte ucraino gli europei sono il pilastro su cui si regge la resistenza all’invasione russa, mentre il rapporto con gli Usa rimane aperto per il tempo successivo alla pace (su questo punto il governo italiano ha una strana posizione: rifiuta l’invio futuro di militari per garantire la pace ma propone – con l’estensione dell’articolo 5 Nato – di inviare militari nel malaugurato caso di un’ulteriore guerra); 2. sul fronte groenlandese si è subito formata l’unità nel respingere, pur nel rispetto (non reciproco) del linguaggio diplomatico, le intemerate statunitensi.
Bene conservare uno sguardo critico, male privilegiare la critica al punto da fraintendere o nascondere la realtà. I risultati ottenuti a Parigi sono di considerevole spessore e segnano un avanzamento europeo su una strada non da imboccare ma sulla quale ci si è già assai addentrati. Ne vanno compresi i contorni istituzionali e le problematicità politiche.
Non tutti i Paesi dell’Unione Europea condividono la difesa dell’Ucraina e neanche le critiche alle pretese della Casa Bianca. Eppure nessuno ha potuto reclamare l’unanimità e nessuno ha potuto porre un veto, con il che si dimostra che seppure sarebbe bene superare (ma non per gli aspetti istituzionali) il vincolo dell’unanimità comunque questo non ha il potere di bloccare la politica europea. Quella che ha preso corpo è non soltanto una cooperazione rafforzata – capace di portare l’Ue sul terreno iperpolitico della difesa e della politica estera – ma una cooperazione rafforzata allargata al Regno Unito, ovvero a chi aveva abbandonato l’Ue. Neanche il più fervente europeista (a cominciare da me) avrebbe potuto immaginare di più. La spinta è arrivata dalla storia e dalla realtà, il che ci porta alle problematicità politiche.
Vero che si vota per il Parlamento europeo e vero che la Commissione europea è composta da ‘ministri’ di ciascun Paese, ma le nostre democrazie restano a base nazionale. Anche il Parlamento europeo – e questo è un elemento che andrebbe superato in fretta – lo eleggiamo in collegi nazionali, in cui la gran parte del voto dipende più dalle faccende nazionali che da quelle europee. Mentre quindi la classe dirigente dei funzionari si forma soprattutto nelle sedi dell’Ue, la classe dirigente politica si forma nei singoli Paesi. Ed è un problema serio il fatto che né l’informazione né la politica sembrano disposte a raccontare quel che sta velocemente cambiando in Ue. Ciascuno preferisce raccontare le proprie gesta e il proprio ruolo, magari esagerando grottescamente il proprio peso e sorridendo in foto, piuttosto che il significato delle scelte fatte e il peso degli europei nel loro insieme. Ciò genera l’inutilissimo lamentio su mancanze, insufficienze ed errori, continuando a omettere, per esempio, che senza noi europei lo schiaffo russo (e cinese) all’Occidente sarebbe già andato a segno.
Siccome siamo democrazie e l’opinione dei cittadini conta, il non essere disposti o capaci di raccontare la realtà crea un problema serio. E il non raccontarla occultando la forza e convenienza europee genera la pozza nella quale sguazzano i consensi delle forze antisistema, di quegli stessi soggetti (alla Farage) che si dicono nazionalisti e sovranisti ma sono pronti a vendere e umiliare gli interessi nazionali pur di penalizzare quelli europei. Al che s’aggiunga l’abitudine destabilizzante di ritenere i risultati elettorali anche solidi (come in Uk) già in dubbio al primo sondaggio, come se la voce dei sondaggisti fosse più rilevante di quella degli elettori.
Avere una classe dirigente dialettale sarà sempre di più uno svantaggio competitivo, visto che le scelte più rilevanti si preparano cooperando in sede europea. E siccome lo hanno capito anche i sassi e anche i sovranisti, ecco lo sdoppiarsi delle personalità. Il doppio racconto è però un veleno. Forse il più temibile per il benessere, la libertà e la sovranità di ciascuno.
Davide Giacalone, La Ragione 8 gennaio 2026
