Una base italiana è stata colpita, l’Italia è nel raggio d’azione missilistico iraniano, la nostra Marina militare è dispiegata a difesa di Cipro, dove ordigni iraniani sono già esplosi; questo a tacere delle conseguenze economiche ed energetiche della guerra, cui l’Italia (con la Germania) è particolarmente esposta a causa della composizione autolesionista delle nostre fonti d’energia e dell’assenza di centrali nucleari. Il governo s’è ripetutamente espresso evidenziando l’assenza di base giuridica degli attacchi in atto, da parte israeliana e statunitense, quindi fuori dal diritto internazionale. Ci sarebbero quindi sia la necessità che le condizioni per trovare in Parlamento un consenso al di là della maggioranza di governo. Se non accade è perché non se lo possono permettere. Né gli uni né gli altri, convergenti nel rimanere rintanati sotto il guscio vuoto della mera contrapposizione. Persa quella, emergerebbe l’evidenza che le due coalizioni sono false perché strutturate per la gara elettorale e prive di posizioni politiche omogenee al loro interno.
È vero che la grande parte della maggioranza di governo godeva nel mostrarsi trumpiana, subendo poi le conseguenze negative del trumpismo. Senza dimenticare che nel mentre viene chiesta collaborazione all’attacco né concordato né annunciato (per quanto prevedibile), la stessa amministrazione statunitense insiste nell’imporre dazi che ci danneggiano (sebbene meno di quel che desiderino). Una condotta deprecabile, che il governo non trova la forza di deprecare abbastanza. Ma è anche vero che la conseguenza politica del deprecare, ove si voglia anche agire, consiste nell’accelerare l’integrazione difensiva e commerciale europea. Nel ragionare secondo lo schema illustrato schiettamente dal capo del governo canadese a Monaco.
Non se lo può permettere la destra, che ha raccolto voti mentendo e soffiando sul fuoco fatuo dell’antieuropeismo. Non se lo può permettere neanche la sinistra, che non è in grado di sostenere la evidente necessità del far crescere le spese per la difesa comune e per il comune sostegno all’Ucraina. Gli uni e gli altri hanno in comune una visione irrealistica della politica estera, pensando di potere fare i predicatori anziché i governanti. O, meglio: raccogliendo voti con le predicazioni, salvo poi doverle smentire ove si trovino a governare.
Non è una condizione nuova, ma radicata nella nostra storia unitaria. Il che rende ancora più evidente l’incapacità di elaborazione culturale e politica della nostra storia nazionale. Nel secondo dopoguerra la nostra collocazione è stata data dalle condizioni oggettive fissate a Yalta (1945) e dal fatto che queste consentirono a delle minoranze (nelle quali va compreso il prezioso lavoro svolto da Alcide De Gasperi) di collocare l’Italia nella posizione giusta. A quello s’opposero i nonni di chi oggi guida la maggioranza e l’opposizione, essendosi dimostrati i nipoti incapaci di produrre altro che la ripetizione fossile di quelle errate visioni.
Il tutto nel mentre la guerra in Ucraina e i bombardamenti in Iran (diversamente) dimostrano che la sola deterrenza dimostratasi efficace è quella nucleare. Il che spinge a seppellire i trattati di non proliferazione e ad aprire una pericolosissima gara in quella direzione. Tanto si è indietro in questa riflessione che neanche si riesce a profferire verbo su un fondamentale scontro etico, circa l’uso dell’intelligenza artificiale nella difesa, totalmente demandato ai privati americani che se ne occupano. Un punto politico decisivo lasciato nelle mani di chi s’occupa di tecnologia.
Non è vero che l’Italia non conta niente, come sostengono a turno quanti si trovano all’opposizione, ma è vero che questa terribile arretratezza culturale e politica la costringe a pesare assai meno di quel che potrebbe. Con ricadute economiche rilevanti. La contrapposizione per la contrapposizione è un danno per l’Italia, benché sia l’ombrello conteso sotto cui si sono rintanati i protagonisti della politica.
Davide Giacalone, La Ragione 13 amrzo 2026
