Mentre la politica (seguita da tanta informazione) cerca di scaricare su altri e sull’Unione Europea le cause delle sconfitte, le imprese conquistano spazi nei mercati internazionali. Mentre la politica parla di ristori e bonus, il governatore della Banca d’Italia ritiene che la nostra produttività – ferma da tempo – potrebbe crescere anche dell’1% all’anno se si fosse capaci di diffondere velocemente l’uso dell’intelligenza artificiale. Per la qual cosa è necessario un intervento pubblico non di aiutini ma di scelte strategiche a sostegno di conoscenza e competenza, mettendo in sinergia la produzione con la ricerca e l’università. Non ci mancano i numeri, semmai difetta la capacità di tradurre questa realtà in coraggio innovatore e riformatore.
Nel corso di un anno le esportazioni delle imprese europee sono diminuite del -30,4% verso gli Stati Uniti (per colpa dei dazi) e del -7,9% verso la Cina. Quelle italiane sono aumentate complessivamente dell’11,3%, segnando un +12,1% verso gli Usa e +36% verso la Cina. Mentre le nostre importazioni sono cresciute del +5,8%, spinte non solo dai prezzi energetici ma anche dall’acquisto dei beni intermedi (essendo l’Italia un Paese trasformatore). L’attivo della bilancia commerciale è così cresciuto nonostante siano cresciuti (+6,8%) i costi di produzione. Un successo dei produttori, imprese e lavoratori, che popolano quel pezzo d’Italia che non s’industria a trovare le scuse per la sconfitta ma a mettere in campo le forze per crescere; quel pezzo d’Italia che non cerca protezione dalla competizione ma la vive cercandovi la crescita. Un’Italia che non ha mai smesso di correre, che è la nostra forza ed è portatrice della cultura che punta al riscatto anziché al ricatto dei piangina.
L’Italia che corre lascia qualcuno indietro ma fa crescere la ricchezza di tutti. La grande maggioranza dei contribuenti italiani – che non è interessata al calo della pressione fiscale perché non la subisce sui redditi – deve capire che senza la crescita anche il suo tenore di vita è a rischio. La ricchezza si sostiene diffondendo non la paura di perderla ma l’intrapresa e la conoscenza. Se lo si capisse ci sarebbe la rivolta delle famiglie e degli studenti non per le bocciature (che scarseggiano) ma per la scarsa formazione.
Occuparsi di chi rimane indietro è compito della politica, che puntando sulla spesa a pioggia e sui bonus copre la propria incapacità e svantaggia gli svantaggiati, pur vestendo i panni di chi li vuol rappresentare. Ha ragione il governatore della Banca d’Italia: «Imboccando con decisione un sentiero che consenta di ridurre stabilmente il peso del debito pubblico si liberano risorse per la spesa sociale e per lo sviluppo». Al contrario c’è una gara politica a chi s’intesta ulteriore e crescente debito pubblico, facendo credere che serva alla spesa sociale.
Nei giorni scorsi abbiamo documentato come grazie all’avere collegato i registratori di cassa ai pagamenti con le carte si è ottenuto un impennarsi degli scontrini (+110 milioni) e degli incassi (+5,3 miliardi), il che rende giustizia a chi paga le tasse e genera un gettito da utilizzare per alleggerire quanti pagano per tutti. Eppure il governo italiano s’oppose all’obbligo di quel collegamento e chiese che non valesse per le spese sotto i 60 euro. Grazie al cielo valse il vincolo europeo. Dimostrando che anche dalla piaga dell’evasione ci si può riscattare imparando a usare le transazioni tracciabili, che convengono a tutti i cittadini onesti.
Se l’ottimismo può talora scontrarsi con le propagande vuote di contenuti e prive di conoscenze reali, il pessimismo è l’alibi per evitare di spingere al moto anche l’Italia immobile, cui si promette d’essere accudita tutelando le rendite che sono ricche e sconosciute al fisco, fuori dalla competizione e quindi contro l’interesse collettivo. Coltivare l’ottimismo non è un modo ebete d’attendere il futuro, ma la condizione necessaria per indignarsi e reagire ogni volta che ci s’impone il peggiore passato.
Davide Giacalone, La Ragione 30 maggio 2026
