La rottura atlantica si è prodotta e porta con sé altre rotture, anche nella politica interna delle democrazie europee. A nessuno degli europei può essere attribuita la responsabilità della rottura. Ciascuno, a proprio modo, ha provato a evitarla. Ma Trump l’ha voluta. Non ci si deve rassegnare ma reagire e rimediare, anche con il Consiglio europeo che si riunisce domani. Ma per farlo occorre prendere atto della realtà.
L’atlantismo e la Nato non sono soltanto conseguenze della Seconda guerra mondiale, ma anche una comunità di democrazie che puntano alla risoluzione diplomatica delle controversie, il che comporta il riconoscimento del diritto internazionale. Roba che non cancella né la forza né le armi, che non è una favoletta dolciastra ma un approccio politico in cui il peso di ciascuno prova a non misurarsi nel conflitto armato. Trump ha aggredito il presupposto della comunità atlantica e passerà alla storia come il più spregiudicato nemico dell’atlantismo. Ecco perché non c’è alcuna contraddizione fra l’essere atlantisti e valutare con severità l’operato di questo presidente. Al tempo stesso, però, Trump non è gli Usa e il loro futuro, ma un velenoso presente con cui fare i conti. Un presente che cerca ancora giustificazioni nel rifiuto del woke e del politicamente corretto, salvo poi abbracciare il fanatismo di chi chiama alla lotta contro l’Anticristo. Stabilire chi sia il peggiore non è semplice: di sicuro i secondi sono incompatibili con la libertà, che reclamano per praticare la distruzione degli altri.
Se si vuole salvare l’atlantismo dall’infezione che ha preso la sua capitale si dev’essere capaci di intessere relazioni commerciali che coinvolgano Paesi terzi, dal Sudamerica all’India e all’Asia, inquadrandole in un diritto che confermi la validità delle regole che devono essere rispettate. Come europei abbiamo la storia e la forza economica per farlo, così come disponiamo di sponde già pronte alla collaborazione, dal Canada all’Australia. Ma non abbiamo la forza militare, di cui dobbiamo dotarci. Non certo per far la guerra a qualcuno, ma perché sia chiaro che aggredirci sarebbe letale per l’aggressore. Questa è la conseguenza della rottura. Ignorarla non mette a rischio soltanto la sicurezza e la libertà, ma anche la prosperità.
Si rompono anche equilibri interni. Meloni era putiniana (contro le sanzioni alla Russia per la presa della Crimea), antieuropeista e trumpiana, ma socia di minoranza, perché su quella posizione erano assai più forti Salvini e la Lega. Dopo l’aggressione russa all’Ucraina ha ribaltato la prima posizione e dopo l’arrivo al governo ha nascosto l’anti e generato un rapporto collaborativo con la Commissione europea, sicché le erano rimasti il trumpismo e la pretesa di far da ponte. Ha potuto farlo perché era la socia di maggioranza e in minoranza si trovavano Salvini e la Lega. Al punto che, guardando all’opposizione, ci si poteva chiedere se anche lì i putiniani antieuropeisti si sarebbero trovati in minoranza.
Il quadro è cambiato: Trump si muove contro il nostro mondo, al ponte non crede nessuno e l’Italia è parte dell’Ue che cerca di salvare un atlantismo che è il contrario del trumpismo. In tali condizioni l’incontro fra Cirielli e l’ambasciatore russo non è una scivolata, ma una robusta mattonata contro la linea ora praticata da Meloni. La rottura voluta da Trump cancella lo spazio delle ipocrisie e dei doppiogiochismi, il che vale anche per la Lega quale opposizione nel governo. E vale per chiunque, a sinistra, voglia sperare di governare (veramente, non soltanto di vincere per poi perdere): occorre che si sentano le voci a favore del riarmo europeo. Non ci girino attorno, occorre sentire «Armi e aiuti all’Ucraina». Dovranno fare i conti con altre rotture al loro interno, ma non capire che l’equilibrio (e lo squilibrio) internazionale incide sulla politica interna e che occorre prepararsi senza sperare solo di barcamenarsi, è un errore grave. Di quelli che ti fanno uscire dalla storia. Che tu sia governo od opposizione.
Davide Giacalone, La Ragione 18 marzo 2026
