Politica

Scudetto

Cavaliere medievale inginocchiato con scudo spezzato viola, illustrazione simbolica sul fallimento dello “scudetto” salariale e sulla crisi della rappresentanza sindacale.

Anche il Consiglio dei ministri di ieri ha fallito l’obiettivo, che di suo è fallimentare. Attenzione a non perdere le ragioni del tentativo e del fallimento, perché lì c’è un pezzo d’Italia.

Lo scudetto a fine campionato è il trionfo di una squadra di calcio. Quello che rimbalza fra governo e Parlamento, tendente a salvare dal pagamento degli arretrati gli imprenditori condannati per aver pagato troppo poco i lavoratori, è invece uno scudetto che segna il trionfo dell’ipocrisia e rivela lo sprofondo che vorrebbe celare.

Si comprenda che il problema non sono le condanne e le loro conseguenze, ma il crollo della rappresentanza. Taluni sindacalisti tuonano, ma il problema sono anche i sindacati che abitano.

L’articolo 36 della Costituzione recita: «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa». Giusto principio, concepito però per lavori a tempo pieno. Se un lavoro impegna per due ore al giorno, anche ove sia retribuito in modo proporzionato ed equo sarà comunque difficile che assicuri un tenore di vita decente. A parte ciò, resta il fatto che non si può assegnare a ciascun giudice il compito di stabilire quale sia la giusta paga – interpretando secondo propri parametri il significato di “proporzionato”, “libero” e “dignitoso” – e quindi si fa riferimento ai contratti collettivi nazionali, ovvero alla libera contrattazione fra le parti che accerti il valore di mercato di ciascuna prestazione. In tribunale arriva la patologia, non la contrattazione.

Lo scudetto di cui si parla si riferisce però a quegli imprenditori già condannati per paghe troppo basse, ma che verrebbero esentati dal pagare gli arretrati se quelle paghe erano in linea con il contratto collettivo nazionale. Il che suona illogico in partenza, giacché se un imprenditore rispetta quanto previsto da un contratto collettivo perché mai dovrebbe essere condannato? Forse il giudice è in grado di stabilire il valore del lavoro meglio di quanto facciano gli accordi fra imprese e sindacati? La risposta è paradossalmente e fattualmente affermativa, perché il problema sono contratti collettivi firmati da fantasmi.

Il successivo articolo 39 della Costituzione – che non ha trovato applicazione ma neanche soggetti che la reclamano – stabilisce sì che i sindacati possano, «rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti», ma la premessa è che tali sindacati siano registrati «secondo le norme di legge» e la condizione per la registrazione è «che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica». Cosa mai avvenuta. Dal 1948. Piuttosto s’è preferita una definizione scarsamente definente: “sindacati maggiormente rappresentativi”. Peccato che la maggioranza degli iscritti siano pensionati e che mancando il riferimento di legge ciascuno si senta maggiormente rappresentativo e, in ragione di ciò, firmi contratti collettivi. Poi si arriva davanti a un giudice e quello stabilisce l’irrilevanza del riferimento al contratto relativamente alla determinazione dell’equità salariale, quindi condanna l’imprenditore che diede esecuzione al contratto e comunque pagò poco. Qui arriva il governo, che prova a sollevarlo dagli arretrati.

Uno scempio che non si rimedia con gli scudetti, ma provando a stabilire quali sindacati possano firmare contratti collettivi e in ragione di quale accertamento della loro rappresentatività e della democraticità del loro statuto. Mancando questo si gioca a mosca cieca e si porta in tribunale il regolamento dei conti fra sindacati. A coronamento di questo taluni sindacati urlano contro lo scudetto e a favore delle sentenze, salvo che tali sentenze (com’è accaduto in Cassazione) stabiliscono che quel che loro firmano dev’essere disapplicato ove danneggi i lavoratori. Così si tribunalizza la contrattazione.

Ci si balocchi pure, ma dalla politica disertata dagli elettori al sindacalismo popolato dai pensionati il dramma della nostra democrazia è nel crollo della rappresentanza. Chiassosa e inconsistente.

Davide Giacalone, La Ragione 3o gennaio 2026

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