Politica

Se il pacifismo fosse vero

Il pacifismo che sfila per le piazze italiane, in questi giorni di guerra contro la dittatura irakena, non ha nulla a che vedere con il desiderio di mantenere la pace, di difendere il valore della vita umana. Quello che sfila è un sentimento politico, che ha radici antiche. Brutte radici.

Se a sfilare fosse la difesa dei diritti e dei popoli, se a sfilare fosse il rifiuto della violenza e della sopraffazione, qualcuno si ricorderebbe della Cecenia. In Cecenia i massacri sono storia contemporanea, e l’esercito russo continua a mietere vittime e far sparire gli oppositori. In Cecenia una farsa di referendum si è svolto sotto la minaccia delle armi russe, e nelle città deserte si è voluto sostenere che i votanti sono stati la quasi totalità degli aventi diritto. In Cecenia nessuno protegge gli uomini, le donne, i bambini, nessuno si occupa d’aiuti umanitari. Se il movimento per la pace avesse un qualche fondamento di sincerità e di schiettezza, dovrebbe sfilare per reclamare l’intervento dell’ONU, condannando l’unilaterale intervento russo. Invece niente, neanche i giornalisti ci sono, in Cecenia, e se qualcuno ci va e ci lascia la pelle, anche questa è storia da non raccontare. Non è spettacolare, la Cecenia, anzi, la si oscura del tutto. Quindi la guerra in Cecenia non c’è, e non c’è pacifista cui gliene freghi niente.
Cos’hanno gli irakeni che non hanno i ceceni? In cosa i bambini di qui sono diversi dai bambini di lì? La differenza sta dall’altra parte: in Iraq, ad intervenire, sono truppe angloamericane. L’Europa non ha estinto il suo debito nei confronti degli Stati Uniti, cui deve non solo la liberazione dal nazifascismo, ma anche la difesa dal comunismo, e questo, paradossalmente, contribuisce ad alimentare i sentimenti antiamericani.
Non è forse clamoroso che, ancora oggi, si paragoni, in senso negativo, l’intervento in Iraq con quello che fu fatto in Viet Nam? Ma avevano torto, gli USA, ad intervenire in Viet Nam? Neanche per idea, la storia, su questo, ha scritto pagine definitive: la ragione stava dalla parte degli USA, e da quella parte militavano il diritto e la libertà. Il Viet Nam fu la tragedia di un paese che va in guerra senza sospendere le regole della democrazia, senza smentire e deturpare se stesso. Una tragedia che ogni uomo libero dovrebbe condividere, non dileggiare.
Capisco chi sfila contro la violenza, contro l’uso della forza. Ma anche a voler far credito a questi sentimenti, come non reagire ai proclami irakeni, a quelli dei movimenti fondamentalisti, a tutta una cultura religiosa e nazionalista che reclama lo sterminio degli ebrei e la soppressione di Israele. Le sentono, queste cose, i marciatori arcobalenati? Lo sanno che i bambini ebrei morti ammazzati non sono solo quelli dei film con i cattivi svasticati, ma anche quelli che vanno a scuola la mattina e si trovano un pazzo furioso ed assassino che fa saltare l’autobus? Lo sanno che loro stanno sfilando contro chi sta dalla parte di quel bambino e per chi sta dalla parte di chi lo ammazza?
Per carità, so benissimo che non è solo così che si devono leggere le cose del mondo, so benissimo che si deve essere capaci anche di una lettura politica, fredda, tenendo conto degli ideali, ma anche degli interessi. E proprio per questo so che il mio mondo, i miei ideali, i miei interessi si trovano sotto le bandiere statunitensi, sotto quelle inglesi, sotto quelle israeliane. In una parola: sotto le bandiere della libertà e della democrazia.
L’Unione Europea avrebbe un ruolo importante, dovuto anche alla sua posizione geopolitica. Dovrebbe essere l’UE a puntare più carte politiche e più impegno economico per spingere verso una soluzione politica della questione palestinese. Così come sarebbe dovuta essere l’UE lo strumento per conciliare un ruolo non inerte dell’ONU con la necessità di non tollerare la minaccia irakena. Non so se questo avrebbe evitato la guerra, di certo avrebbe evitato lo spappolamento dell’Europa. Contro l’Europa si è mosso il signor Chirac, così come si mosse, un tempo, De Gaulle. Contro l’Europa si è mosso un esangue cancelliere tedesco. Noi stiamo dall’altra parte, e si deve riconoscere al presidente del consiglio il merito di avere collocato al meglio un’Italia riottosa a comprendere le ragioni dei sentimenti e la ragionevolezza degli interessi.

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