Politica

SfondaMenti

giacalone editoriale la ragione 13 novembre

I soldati russi che avanzano nella nebbia e grazie alla nebbia sono il segno di quel che sta avvenendo in Ucraina: una regressione selvaggia a una guerra del passato. Un fronte fermo, con trinceramenti che l’ultima volta s’erano visti all’inizio del Novecento, con la Prima guerra mondiale; una carneficina che sfida i due eserciti al dissanguamento. Una condizione che segna la sconfitta della Russia ma descrive una guerra che non può avere esito sul campo di battaglia. È quel che pensammo già quasi quattro anni fa e ora vediamo nella realtà.

In questo immane tritacarne il vantaggio della Russia sta nell’avere più carne da tritare, ma il vantaggio dell’Ucraina sta proprio nel fatto che di carne russa, ogni giorno, se ne trita assai di più. Il tutto in cambio di posizionamenti che possono essere considerati vincenti o perdenti dalla propaganda, ma nella sostanza non cambiano le sorti del conflitto. Credere agli sfondamenti annunciati dal Cremlino significa essersi fatti sfondare il cervello dal proselitismo di Mosca. Credere però che la resistenza ucraina possa protrarsi all’infinito e in queste condizioni non è meno privo di senso della realtà.

Tale equilibrio della carneficina pone un problema al mondo che crede alla forza del diritto e non ha mai smesso di sperare in una via diplomatica per far tacere le armi. Ovvero a noi, perché Putin è un distruttore del diritto (oltre che un distruttore della Russia e un assassino dei russi) e ha sempre negato ogni possibile dialogo diplomatico. Per noi è molto gravoso dovere mettere nel conto che un conflitto possa concludersi cedendo delle terre e dei popoli all’aggressore, perché in questo stanno la negazione di ogni diritto e l’apertura di una stagione non di pace ma di odio e terrorismo. Eppure sì, speriamo ancora che qualche cosa si possa negoziare. Realisticamente, al tempo stesso, dobbiamo prendere atto che Putin fingerà di accettarlo e porrà condizioni inaccettabili, a partire da quella di avere terre e popoli che non è stato capace di conquistare con le armi e il crimine. Quindi abbiamo il dovere di agire lasciando aperta la porta e chiudendogli la strada.

Ciò può essere fatto solo mettendo gli ucraini nella condizione di spostare il fronte non soltanto con gli sfondamenti russi, foss’anche dovuti alla nebbia e non alle capacità di quell’esercito suicida. L’Ucraina ha fatto miracoli nella costruzione e nell’utilizzo dei droni (ovvero quelli che dalla nebbia sono stati accecati), in un salto tecnologico e tattico che fa scuola ed è un esempio per tutti noi. Non solo il sangue ucraino viene versato per difendere anche noi, ma ci mostrano pure come attrezzarsi se l’aggressione russa si spostasse oltre e non solo al fianco dei nostri confini. Ripetiamolo ancora una volta: per noi la sconfitta dell’Ucraina non è un’ipotesi accettabile perché, omessa ogni altra pur rilevante considerazione, significherebbe preparare la guerra direttamente in casa nostra.

E allora? Allora dobbiamo ricordarci che siamo stati noi a imporre agli ucraini di non colpire in territorio russo con le nostre armi. Siamo stati noi a legare una mano all’aggredito, sostenendo che non si dovesse mettere in ginocchio l’aggressore. La lunga carneficina è anche una nostra responsabilità, aggravata dall’avere impiegato molto tempo nello smettere di finanziare Putin comprandone il gas. Noi italiani siamo un esempio: abbiamo subito scelto di stare dalla parte ucraina, il governo Meloni ha avuto parole chiare e apprezzabili, ma il nostro contributo reale nel fornire le armi per resistere è stato più testimoniale che reale. Altri hanno fatto di più, ma nessuno ha fatto tutto il necessario.

A questo punto non si può (cinicamente) puntare sull’equilibrio del tritacarne e il sostegno alla resistenza ucraina dev’essere ben più forte, con più armi, capaci di colpire sempre più lontano. Non per generosità, ma per convenienza. E ricordando che quello rimane il solo modo affinché la via diplomatica non sia soltanto un inutile gargarismo ipocrita.

Davide Giacalone, La Ragione 13 novembre 2025

Condividi questo articolo