C’è una comoda ed efficiente via digitale al contrasto dell’evasione fiscale. La politica e il governo Meloni fecero di tutto per ostacolarla, ma grazie alle norme europee e alla fermezza della Commissione europea le cose sono andate per il meglio. Nel frattempo i dati sull’occupazione degli italiani e su quella degli immigrati segnalano la persistenza di aree sommerse. Ma mentre l’economia sommersa di cui il Censis e Giuseppe De Rita cominciarono a ragionare negli anni Settanta era anche il patologico sensore di una certa vitalità sfuggente, oggi è l’accettato e talora protetto rilevatore delle rendite nell’illegalità.
Dal marzo scorso è entrato in vigore l’obbligo non solo di avere il Pos (la macchinetta per i pagamenti digitali, con le carte) ma di collegarne la matricola al registratore di cassa, creando una corrispondenza immediata e verificabile fra gli incassi ottenuti con quel mezzo di pagamento e gli scontrini emessi. Risultato: nel solo mese di aprile sono stati battuti 100 milioni di scontrini in più rispetto a quelli battuti lo stesso mese nel 2025, per un maggiore incasso pari a 5 miliardi di euro. Evviva. E se non era evasione fiscale prima, è segno che i commercianti hanno guadagnato molto di più. Più facile che chi s’opponeva a loro nome si stesse battendo per gli evasori fiscali.
Rispetto a questi benedetti vincoli europei, il governo si batté affinché l’obbligo non valesse per i pagamenti sotto i 60 euro. Fortunatamente la risposta fu negativa e ci si diede meritoriamente da fare per far scendere le commissioni bancarie. Risultato: nella realtà non solo è più facile e sicuro incassare con le carte, ma se la cifra è bassa e con decimali (il che comporta un resto con gli spiccioli) è proprio il contante a impicciare. Posto che pagare con il contante resta un diritto, è ormai divenuto un fastidio.
Veniamo ai lavoratori: il Ministero del Lavoro ha diffuso i dati relativi al 2024 e qualche cosa, in quei numeri, non torna. La partecipazione al lavoro degli italiani, fra la popolazione attiva, è ferma al 62,2%. La più bassa in Unione Europea. La percentuale della partecipazione al lavoro degli immigrati regolarmente presenti è ancora più bassa: 61,3%. Vero che fra gli immigrati è più alta la percentuale degli ufficialmente disoccupati (10,2% contro il 6,1% degli italiani), ma com’è possibile che chi viene in Italia per lavorare poi lo faccia meno di quanto già poco lo fanno gli italiani? Alcuni dettagli aiutano a capire.
Una delle poche città in cui l’occupazione fra gli immigrati supera quella fra gli italiani è Napoli, ma è una gara al ribasso: 42,2% gli italiani e 48,3% gli immigrati; mentre a Palermo pareggiano un 44,4%. Quindi risulterebbe che in queste città, non isolate, non solo lavora meno della metà della popolazione attiva, ma è così anche per chi arriva da fuori dell’Ue. E come campano? Magari l’italiano ha la nonna pensionata e il fratello invalido, ma gli immigrati? L’impressione è che quei dati vadano letti per contrasto e segnalino l’estensione del mercato sommerso, del lavoro nero. Per indigeni e per sopraggiunti. Anche perché la distribuzione geografica coincide singolarmente con le aree a minore sovranità della legalità (e lo scrivo da orgogliosamente terrone). Vero che più si va verso Nord e più si alzano le percentuali di partecipazione al lavoro, ma gli immigrati restano comunque un po’ indietro, consolidando l’impressione che il nero non fiscalizzato sia ben diffuso, sebbene in quantità differente.
Quel tipo di mercato sommerso consolida la vocazione al basso valore aggiunto ed è un coltello piantato nella schiena dei datori e dei lavoratori che non vivono nella parte oscura. Ne discende che il contrasto all’evasione fiscale e al lavoro non regolarizzato sia non soltanto un obbligo di legalità ma anche uno strumento per evitare che la rendita dell’irregolarità – retta da un fallimento statale – faccia fallire chi pratica la regolarità, impoverendoci come collettività e covando problemi che inevitabilmente esploderanno.
Davide Giacalone, La Ragione 20 maggio 2026
