Attenti al moralismo del moralismo, in una gara fra chi ha meno idea dell’etica nella vita pubblica. Anche perché s’è appena chiuso il sipario di una competizione referendaria in cui si sarebbe dovuto misurare il garantismo contro il giustizialismo e s’è invece trasformata in una competizione fra opposti giustizialismi, sicché è particolarmente sconfortante vedere ora l’esibirsi di opposti moralismi senza etica.
La vita privata deve restare privata. Ciascuno deve essere libero di accompagnarsi e unirsi con chi gli pare, formando coppie, terzetti, quartetti o comitive secondo i gusti propri e quelli dei direttamente coinvolti. Libera crapula in libero Stato. Il che vale anche per soggetti la cui condotta privata ha un qualche significato nella vita pubblica, come i componenti del governo. Ci sono culture, come quella anglosassone, in cui la vita privata ha un rilevante peso pubblico, tanto che il coniuge è parte stessa dell’immagine offerta da chi ricopre incarichi di guida. Questa non è fra le cose invidiabili di quel mondo, restando preferibile la consapevolezza che le gioie e i dolori del privato possano restare tali, nel bene e nel male.
I fatti privati, però, talora cessano di essere tali per scelta degli interessati o di uno di loro. Questo diventa un fatto pubblico, cui non si può rispondere solo dicendo «Fatevi gli affari vostri». Avrei continuato volentieri, se non fosse che i tuoi divennero affari collettivi per volontà tua o di chi ti sta attorno. Ad esempio: nel corso del primo governo Conte i due vicepresidenti di allora – Di Maio e Salvini – ci tennero a farci sapere d’avere rinnovato le coppie con nuove compagne. Si può osservare che è bene fregarsene o rallegrarsi per la ritrovata felicità dei governanti, ma non si può sostenere che ci si debba fare gli affari propri, perché furono loro a fare dei propri una comunicazione pubblica. In modo meno felice, sulla rottura anziché sull’unione, la cosa riguardò anche il ministro Sangiuliano, caso che ci porta più vicino all’innegabile interesse pubblico. Posto che non sappiamo se il caso del ministro Piantedosi sia analogo o meno, mentre sappiamo che avremmo vissuto felici anche se le sue avventure fossero restate sue.
Come funziona in organismi collettivi meno esposti di quelli governativi? In molte aziende la questione è regolamentata, in altre affidata alla sensibilità di ciascuno. Vivere in una organizzazione gerarchica in cui esiste un legame di vita comune fra chi si trova al vertice e chi si trova più in basso è un problema non moralistico, ma di funzionalità: creerà imbarazzo che siano riconosciuti i meriti del compagno subordinato e creerà disordine che siano fatti valere meriti che non ha. Per questo, dalle università alle aziende, si evita di far convivere potere e legami nello stesso posto. Nel caso onesto questo può nuocere a chi si vedrà posposto per non alimentare pettegolezzi, nel caso disonesto nuoce che sia anteposto chi non ha qualità; in tutti e due i casi è disfunzionale. Al cuor non si comanda, ma alla propria condotta verso terzi sì.
La cosa diventa assai rilevante se funzioni e quattrini di cui dispone il più potente e cui accede il più avvenente non sono propri o di azionisti privati – sempre capaci di intervenire e modificare l’organigramma senza dover dare spiegazioni – ma del contribuente. Serve a poco sapere cosa avevi o facevi prima, perché serve sapere che non potete più stare nella stessa area.
Poi c’è un altro aspetto, più politico: non si può sbomballare l’anima degli astanti vestendo i panni dei difensori della “famiglia tradizionale”, salvo poi abbandonarsi alla più tradizionale delle condotte che ne dimostra la fallacia o l’ipocrisia. L’età mi aiuta a ricordare la campagna referendaria del 1974 e anche i più giovani dovrebbero ricordare le ragioni per cui taluni (legittimamente) s’opponevano e s’oppongono alla regolazione dei legami fuori dal matrimonio e dell’eterosessualità (io sono per la libertà individuale, non sentendo alcun bisogno di regolare le coppie denigrando i trii). Nel vedere i difensori del tradizionalismo e i loro discendenti praticamente privi di esempi riconducibili a quel che chiedevano e chiedono che valga per tutti, non m’indigno e mi compiaccio: abbiamo vinto noi e la laicità s’è dimostrata più forte dell’ipocrisia. Ma il predicozzo no, quello ce lo dovete risparmiare. Così come va risparmiato il richiamo alla fede, che poi va a finire come alla Casa Bianca, in un tripudio di cafoneria bestemmiante.
Il tema non è ‘o ministro ‘nnammurato, ma quello raggirato e controvoglia trascinato in piazza. Resta privato il suo travaglio, ma l’autorevolezza è indebolita da un abbaglio. Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio aveva musicato i suoi versi e sapeva bene che il problema non è la Malafemmena (liberissima di fare quel che crede), ma quello che «chiagne lacreme e ‘nfamità». Vale l’uguale a sessi invertiti o coincidenti.
Fate quello che volete, ma ricordate che la pretesa di mantenere inalterata la casa inseguendo la crapula in ufficio è tanto tradizionale da avere insegnato che si ottiene l’inferno sia a casa che in ufficio. Fate fare agli altri quello che vogliono, essendo rilevante solo l’eventuale infrangere diritti altrui. Ma fatelo e fatelo fare a spese proprie e senza coinvolgere l’incarico che si ricopre.
Davide Giacalone, La Ragione 4 aprile 2026
