Politicamente interessante la partita, anzi: il ricorrente incontro scontro fra Djokovic e Sinner. Si potrebbe inserirlo come caso di studio per quanti aspirano a essere protagonisti della vita istituzionale. Ieri ha vinto il primo, ragionevolmente il futuro è del secondo.
Tanto gli appassionati di tennis quanto i tifosi dei due giocatori si appassionano al loro tornare sul campo di gioco. Così come capita anche con altri scontri ricorrenti. L’interesse è in sé costruttivo, per due ragioni: a. non avrebbe senso la vittoria dell’uno se non ci fosse l’altro a contenderla e ripromettersi di batterlo alla prossima; b. i due tennisti sono ovviamente avversari e ciascuno ce la mette tutta per prevalere, ma non sono dei nemici, tanto più che l’uno ha bisogno dell’altro e se si ritrovasse da solo palleggerebbe contro a un muro.
Nello sport, qualsiasi sport, la gara è avvincente perché qualsiasi successo è per definizione transitorio. Si può essere campioni straordinari e longevi (Djokovic lo è), ma prima o dopo è certo che arriverà un giovane a scalzarti.
La politica che punta alla cancellazione dell’avversario, che viene dipinto come un nemico, non è più schietta e determinata, ma solo più barbara e antitetica allo spirito stesso della democrazia: chi oggi vince domani o dopo perderà. La maggioranza prevale, ma l’opposizione è essenziale e il suo ruolo va preservato anche a favore della maggioranza: senza quello la forza diventa prepotenza e la prepotenza uccide la democrazia.
Davide Giacalone, La Ragione 31 gennaio 2026
