Politica

Un tram chiamato propaganda

Un soffio di demenza ha scarruffato Milano, accarezzando poi l’Italia. Prima, un esponente leghista ha sostenuto la necessità di riservare alle donne un vagone della metropolitana ed ai milanesi dei posti a sedere. A seguire, dalla sinistra, gli hanno dato del razzista. Per poi giungere al presidente della Camera, oramai incarnatosi non tanto nella Costituzione, quanto nelle letture monotone e superficiali che se ne fanno.
Il verde pensatore forse non lo immagina, ma l’idea di riservare spazi chiusi alle femmine riscuote il plauso dei fondamentalisti islamici, quelli che la sua parte politica non ha in gran simpatia, spesso, e colpevolmente, confondendoli con il resto dei mussulmani. In quanto all’assimilazione di tutti i milanesi con reduci di guerra, anziani e gravide, quali categorie da mettere a sedere prima che tracollino, potrebbe essere letta come tesi non propriamente encomiastica per i meneghini. Non essendo, i milanesi, una razza, però, non vedo cosa c’entri il razzismo. E mi sfugge anche la pertinenza del richiamo costituzionale, giacché la parità di diritti e doveri non impedisce la separazione delle toilettes o delle sezioni scolastiche per genere.
Ragioniamo, però, su quant’è sfilaciata la nostra vita pubblica. Il proponente-provocatore ha raggiunto il suo scopo: ha presentato i candidati ed è finito sulle prime pagine dei giornali. Avesse detto cose sagge e ponderate non se lo sarebbero filato, neanche in cronaca. Gli oppositori sono stati al gioco, ma facendo la loro parte: scandalizzati per l’offesa alla civiltà, inorriditi per la selvaggia proposta, hanno mostrato le loro anime belle. Il presidente della Camera ha colto l’occasione (non se ne fa sfuggire una) per vestire i panni dello statista, autodefinendosi imparziale e super partes, come, dice lui, vuole la Costituzione. Solo che in quel testo non c’è scritto, dimostrandosi che oltre ad invocarlo si dovrebbe leggerlo. Una certa imparzialità (quella totale non esiste) è dovuta nel corso dei lavori parlamentari, mentre sarebbe assurdo pretenderla nel resto della giornata, visto che si tratta di un politico eletto e che spera di essere rieletto. Comunque, finita la recita dei rispettivi copioni, fine della scenetta e tutto resta come prima. Compresi i trasporti pubblici.
Che sono, effettivamente, sovraffollati, con pochi posti a sedere rispetto alle necessità, insicuri ed utilizzati da quanti sono esclusi dalla fiera delle macchine con autista a spese della collettività. Pieni di gente infastidita dal contatto sempre più stretto con immigrati meno adusi alle cortesie ed alle docce (come anche taluni italiani, del resto). Provate a scendere in una stazione della metropolitana, nell’ora delle ultime corse, a Milano od a Roma, provate a viaggiare sulle linee di terra che si dirigono verso la periferia, quando s’è fatto buio, e ditemi se vi sentite del tutto a vostro agio. E mica è un problema d’immigrati: c’è l’ubriaco che vomita, il tossico che ciondola, la corte degli accattoni che rientra. I migliori sono gli africani, con la loro mercanzia, naturalmente illegale, che sfilano disciplinati verso i giacigli. Alla fermata potreste essere da soli, ma non è la peggiore delle ipotesi, perché c’è anche il caso che il tragitto verso casa lo facciate salutando slave bambine che biascicano la vita peripatetica, lungo il marciapiede. Le abbiamo accolte, le migranti, non le cacciamo, le clandestine, ma con tanta umanità lasciamo che le sfruttino.
C’è una borghesia che vive questo degrado, ma non ha voce in capitolo. Che ne sanno gli aspiranti statisti, scortati fino al ristorante, accompagnati nella notte, protetti dalla realtà, che disturberebbe i loro sogni di gloria. Quando, vicino ai quartieri di questa borghesia, un tempo verdi ed ora periferici o sfregiati, s’insedia un campo nomadi, questa stessa gente fa la fila alla cassa del supermercato stando dietro a matrone puzzolenti che pagano con le monete dell’elemosina. Siccome se ne lamentano, che facciamo, li tacciamo di razzismo? Possono farlo non le nobili coscienze, ma solo dei cretini che abitano altrove.
Gli italiani non sono razzisti e non lo diventeranno. Ma è pericoloso sottovalutare il sentimento di rabbia ingenerato dal contrasto fra l’impoverimento del tessuto sociale, il deperimento della consapevolezza di sé che ha la borghesia, e lo spettacolo di pubblici amministratori e rappresentanti del popolo intenti ad approfittare di privilegi e vantaggi, impegnati a scimmiottare il peggiore stereotipo dell’arricchito. Salvo poi, nelle ore che dividono il pranzo dalla cena, spararle grosse per parlare alla pancia del popolo e rimpallarle vane per intenerirne il cuore. C’è sempre il rischio che siano altri, gli organi interpellati per la risposta.

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