Politica

Urne fiscali

Illustrazione con figure stilizzate in abito e cilindro sopra il titolo “Urne fiscali”

Vi è un legame fra le dichiarazioni dei redditi e i risultati elettorali. È la stessa ragione per cui non si sta ad ascoltare chi – da ultimo il ministro dell’Economia – avverte dei danni prodotti da un debito pubblico troppo alto. Votare secondo convenienza è meglio che votare secondo fede o ideologia, ma quando la (presunta) convenienza personale cozza con quella generale si produce un risultato che avvizzisce le democrazie.

Le imposte sul reddito non sono la sola forma di esazione fiscale, esistendo un universo di tasse e accise, quindi una vasta pratica nel tentare di evaderle. Le dichiarazioni dei redditi sono però un buon misuratore collettivo e restituiscono la seguente realtà: il 76,4% dei dichiaranti versa il 34,9% del gettito, mentre il 23,4% versa il 65,1%. Si tenga presente che la dichiarazione dei redditi è presentata da 42,8 milioni di persone, circa 17 milioni in meno degli abitanti, quindi la percentuale di chi paga per tutti si riduce. 11,3 milioni di quelli che sono nel 76,4% non versano neanche un soldo e tutti versano meno di quel che ciascuno (mediamente) costa di sanità. Perché mai dovrebbero volere cambiamenti? Anzi, intimamente consapevoli di quanto tale realtà sia insostenibile, temono ogni forma di cambiamento e votano per quelli che assicurano prelievi più bassi e devoluzioni più alte. Anche chi li vota sa che mentono (a turno lo hanno fatto la destra e la sinistra), ma sempre meglio di chi si propone di cambiare veramente qualche cosa.

Ovvio che quella grande maggioranza non si metta paura del debito crescente, tanto paga la minoranza. E, ancora una volta, voterà per chi promette di fare più debito per distribuire più talleri. Anche la maggioranza, però, si lamenta della pressione fiscale troppo alta, pronta ad abboccare a chi promette di cancellare accise e altre imposizioni. Se una cosa si può avere gratis, perché prendete i miei soldi? La logica dell’aggratis costa un occhio della testa e manda in pappa il cervello. Il che ci porta all’evasione fiscale: tutti dicono di volerla perseguire e quella prospera. C’è il trucco: nessuno osa proporsi di abbattere l’evasione fiscale diffusa (fatturazione elettronica e carte di pagamento hanno dato ottimi risultati, ma forse si ricorderà cosa se ne disse), ciascuno promettendo di rivalersi sui “grandi evasori”. Sbagliato e devastante, giacché fa credere alla grande maggioranza che paga poco Irpef che i soldi vadano presi alla minoranza che paga per tutti.

L’evasione va contrastata in quanto tale, compresa quella del cliente e dell’idraulico complici nell’evadere, perché radica una mentalità. E perché la somma di tante evasioni fa un montante enorme. Ma, ancora una volta: la minoranza che paga l’Irpef per tutti conterrà molti disposti a rendere difficile la vita agli evasori, mentre la maggioranza ne contiene tantissimi che pensano all’abitudine di comprare la verdura a bordo strada, dove lo scontrino sarebbe solo un piccolo incidente. Così si spiega il trucco: da destra a sinistra si preferisce rivolgersi agli elettori lisciandoli per il verso dei vessati dal fisco e depredati dei servizi, piuttosto che ricordare loro che tutto ha un valore, tutto si paga e i conti non tornano. Alle brutte si scarica la colpa sull’Europa che non concede di fare debiti alla cieca, raccontando che c’è sempre una ragione emergenziale per farli.

Il legame fra fisco e urne c’è. Chiunque abbia senno sa che è insostenibile, ma la viltà lo spinge a credere che si possa ovviare contando in modo diverso i voti o scontando che il debito cresce comunque e la capacità di produrre ricchezza no (quindi si diventa poveri, ma dopo le elezioni). Ci sarebbe una strada diversa e, a ben vedere, la sola dignitosa: non accettare d’essere trattati come scemi e non premiare chi si candida ad aggravare il male anziché risolverlo. Sarebbe bello, ma la grande maggioranza è convinta d’essere furba fingendosi scema, salvo conservare il diritto di maledire tutti. Il che spiega il costume nazionale dello statalismo antistatale.

Davide Giacalone, La Ragione 6 maggio 2026

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