Meloni ci tenne a far sapere che era giunta a Palazzo Chigi da underdog, da reietta, da cane perdente. Non era vero, era stata giovanissima parlamentare e giovanissima ministro. Ma ci teneva a vestire i panni di chi era stata “contro” ed aveva avuto tutti contro. Schlein ci tiene a farci sapere che gran parte dell’establishment la avversa e non la vuole alla guida del governo. A parte che sarebbe normale, il punto è che il suo partito è vissuto più come sede che come antitesi dell’establishment, sicché ci tiene a far sapere che lei è sgradita a chi comanda.
Il punto non è stabilire se le loro – diverse e convergenti – affermazioni sono vere (posto che sono false), il tema è: perché le fanno? Cosa intendono far sapere? Normalmente ci si aspetterebbe il contrario, ovvero sostenere di avere esperienza e di riscuotere la fiducia di chi ha delle competenze e svolge ruoli rilevanti, a dimostrazione di quanto si potrebbe fare per il bene collettivo. Invece si mena vanto del destare sfiducia e diffidenza in quanti abitano il presunto “potere”, di essere esterni al “palazzo” e, quindi, d’incarnare la rappresentanza chi è contro. In questa eco fossile della falsa rivolta sessantottarda c’è il succo del virus che ha aggredito le democrazie nell’era dell’abbondanza con insoddisfazione e della pace con insicurezza: non si chiedono voti per fare qualche cosa, ma per impedirlo. E siccome non esiste mercato senza domanda, la gran parte dei voti vengono espressi per fermare l’altra tribù di nostri eguali.
Qualche volta il gioco risulta talmente falso e noioso da richiedere delle trovate innovative, che consistono nell’individuare il colpevole esterno, tanto vago da valere anche senza poterne neanche dimostrare l’esistenza.
Singolare che, nello stesso giorno dell’intemerata di Schlein sia stata Meloni a sostenere, con una battuta rivelatrice, che se al governo sono scarsi quelli all’opposizione sono scarsissimi. Avvincente competizione. Ma solo per chi compete.
Davide Giacalone, 24 giugno 2026
