Politica

Washington in guerra

Cerchiamo di non essere ipocriti, di non nasconderci dietro ad un dito: che i catturati iracheni ricevessero un trattamento ruvido era fra le cose ovvie. Ancora ieri i nostri militari si trovavano sotto il fuoco proveniente da un ospedale, impossibilitati a rispondere perché il nemico non ha divise e si nasconde fra la gente ed i malati.

Può non essere bello da dirsi e sentirsi, ma così stanno le cose in zona di guerra.

Quel che mi sembrò strano è che dai luoghi di detenzione non fossero uscite, clandestinamente, poche fotografie, ma che, addirittura, il Washington Post poteva dire di averne un migliaio. Com’è possibile?

Una chiave di lettura ci è offerta da Stefano Trincia, sul Messaggero, che riporta voci circolanti negli Usa: questo tipo di “propaganda” si deve alla Cia, e sarebbe una vendetta per il modo in cui il lavoro dell’agenzia era stato bistrattato da Donald Rumsfeld. Se questa notizia è corretta, se questa chiave d’interpretazione reggerà, si capisce anche il perché il Presidente Bush non prende neanche in considerazione la via d’uscita che, in democrazia, solitamente si percorre: ringraziare Rumsfeld per il lavoro svolto, manifestargli tutta la possibile solidarietà, ed accettare anche le sue dimissioni, offerte per senso di responsabilità visto che il controllo di una zona di guerra gli era sfuggito.

Perché quel controllo gli era sfuggito, questo è sicuro. Ciò non è dimostrato dai trattamenti brutali sui catturati, che ho già detto non avere in gran considerazione l’ipocrisia che si spreca a piene mani, ma è sicuramente dimostrato dall’enorme quantità d’immagini che sono state messe in circolazione. Mille foto non sono l’attività sado-cretina di un soldato alla ricerca di souvenir, sono un prodotto da set cinematografico. E, per quanto i reparti che governavano i prigionieri siano “speciali” ed autereferenziali, non è ragionevole che nessuno si sia accorto, od abbia avuto da ridire, su quel via vai di macchine fotografiche.

La spiegazione alternativa, appunto, consisterebbe nel fatto che quella frenesia dello scatto rispondeva a bisogni diversi, legati ad una guerra fra le autorità di Washington, in particolare fra il Pentagono e la Cia.

Se così fosse sarebbe grave, perché una guerra di potere è l’ultima cosa di cui si sente il bisogno. Una guerra cui noi non partecipiamo, né intendiamo partecipare. Ma all’altra guerra, quella che si svolge in territorio iracheno, invece sì, a quella partecipiamo. E noi siamo fra quanti ritengono, assieme a quel che rimane della sinistra riformista, che dall’Iraq non si va via, non ora, non in questo modo. Quindi i nostri soldati restano a presidiare il terreno contro i terroristi, subendone il fuoco.

Ragione per la quale il nostro governo farà bene a chiedere di sapere. E farà bene ad adottare una strategia della comunicazione che sia, ad un tempo, meno ciarliera e più veritiera. Continuare a parlare di pace, sperando che la parola esorcizzi gli scontri a fuoco e le minacce di morte, non serve a molto.

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